QUELLA LUNA BUONA…

| di Chiara Mura
| Categoria: Cronaca
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In presenza di alcuni senza tetto che hanno partecipato all’occupazione dello stabilimento abbandonato in viale Marelli, diverse verità dolci e stucchevoli sono venute a galla.

Verità che riguardano l’animo di persone semplici e desiderosi di vivere una vita autentica.

Di vivere ANCORA una vita autentica.

Il protagonista di questa storia è infatti Michele, un anziano signore abitante il quartiere Marelli da diversi anni.

Per lui l’occupazione che fu in atto in quel loco divenne un occasione per un’attività utile e liberatoria.

Parliamo del valido utilizzo della terra a fine di coltivazione.

Michele non aspettò a lungo per armarsi di pala e semi e occuparsi di una piccola porzione di terra a cui dedicare energie e gentilezze.

Poco prima che lo stabilimento venisse sgomberato dalle forse dell’ordine, Michele aveva diligentemente sistemato un’aiuola situata all’interno del cortile.

Forbici, sudore, e allegria nel cuore.

Piccoli strumenti per un uomo che aveva ritrovato qualcosa a cui dedicarsi con amore.

“Aspettava la luna buona” dicono alcuni senza tetto che hanno avuto modo di condividere questa flebile esperienza d’amore tra un uomo e la natura.

Sicuramente una lotta sociale e civile accompagnava l’occupazione dello stabilimento in disuso, ma per Michele ciò che più contava era la possibilità che uno spazio “sconfinato” gli donava.

Era diventato un luogo non solo in cui stare, ma anche un luogo in cui esserci.

Un luogo in cui poter trascorrere momenti sereni, impegnandosi in un’attività antica come l’alba dei tempi.

Stava diventando, tra le tante cose, un pacifico circolo per anziani.

L’esigenza di condividere uno spazio e un tempo tra persone è un bisogno inderogabile, soprattutto quando si passa una certa età.

Michele conserva ancora il desiderio di confrontarsi con le proprie capacità, di investire energie e tempo in un piccolo spazio di terra in cui far crescere non solo piante e ortaggi, ma anche aspettative.

Non sarebbe bello poter aspettare “la luna buona” in totale serenità, in una compartecipazione di intenti e di speranze, in una condizione di benessere perché socialmente condivisa e umanamente convertibile in un prodotto sano?

Non voglio escludere la possibilità che un giorno Michele, e chiunque condivida desideri affini, possa trovare nell’erba del vicino non un possedimento da invidiare ma un bene in comune.

 

Chiara Mura

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