"NELLO SPORT (COME NELLA VITA) C'È SEMPRE UN'ALTRA OCCASIONE": INTERVISTA CON JACOPO MARAFANTE

UNA STORIA DI PASSIONE PER LO SPORT, PER LA VITA E PER GLI ALTRI.

| di Antonio Giovanditti
| Categoria: Interviste
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Abbiamo intervistato Jacopo Marafante, sestese purosangue ed allenatore di vocazione. Dopo un incontro, è venuta fuori una chiacchierata interessante sullo sport, sulla città di Sesto San Giovanni, sui sestesi e non solo...


1. Come mai hai scelto di intraprendere questa avventura di allenatore?
"Fin da quando ero bambino il calcio è sempre stato la mia passione. Mia madre mi raccontò che anche nella culla avevo difficoltà a prendere sonno in assenza di una pallina a farmi compagnia. La voglia di sport è sempre stata una costante della mia crescita, una dedizione; ho praticato nuoto per più di 13 anni, ma quando ho capito che l'obiettivo non era la riga blu in fondo alla vasca ho cominciato a dedicarmi a quella che era veramente la mia passione, il calcio, praticandolo a livello amatoriale all'età di 15 anni. Quelle sensazioni che mi dava e che ho cominciato a toccare con mano mi appagavano, mi rendevano felice. Avendo un sacco di limiti tecnici passavo le partite in panchina, ma è proprio li che il mio direttore sportivo, nonché mister si è accorto che avevo delle buonissime capacità di osservazione, pertanto mi ha consigliato di svolgere corsi di formazione come allenatore; di lì a poco mi è stata assegnata una squadra da allenare, un'esperienza che negli anni mi ha aiutato a crescere, pur se prettamente di volontariato".

2.Come è stato il tuo primo approccio con dei bambini che si affacciano al mondo dello sport?
"Inizialmente ero collaboratore in un gruppo di 15enni, successivamente, con il primo incarico “importante” sono diventato allenatore di bambini dai 6 a 7 anni che tirano i primi calci al pallone, con i quali ho sempre adottato l'idea che il calcio deve essere un divertimento,
soprattutto a quell'età. L'empatia è una mia caratteristica ed è stato un lato più che positivo della mia esperienza con i più piccoli. Questa esperienza mi ha trasmesso il concetto di gruppo e che, da che mondo è mondo, un bambino così piccolo non può passare tutta la partita in panchina, nonostante abbia mezzitecnici meno elevati di altri, perchè in questo modo non crescerà mai e non imparerà mai qualcosa. Tutto questo è diventato la colonna portante dei miei scopi educativi". 

3.Da sestese hai visto dei cambiamenti nella mentalità delle persone che si avvicinano al mondo dello sport?
"La mia adolescenza è stata contraddistinta dalla realtà “Pro Sesto” che all'epoca militava in categorie di medio-alto livello. Con il passare degli anni questa realtà è scemata perinnumerevoli motivi tra cui l'avvento delle difficoltà economiche che hanno influito negativamente su questo contesto. Così sono emersi altri limiti, tra cui la mancanza di progetti di crescita del calciatore in sé, ma solo dei risultati la domenica, che, nonostante tutto, aumentano una passione più che presente. Alzando il livello della categoria, la “professione” dell'allenatore è sempre più diventata una fonte di sostentamento che, purtroppo, mette la figura davanti ad una scelta: coltivare una
passione o sopravvivere economicamente. Facendo un passo indietro, concludo affermando che non è più presente un'attenzione di base
sulla crescita calcistica dei bambini che si apprestano a praticare questo sport, perchè i risultati che oggi contano sono la vittoria o la sconfitta in partita, elemento fondamentale per valutare il nostro operato".

4.Come riesce un giovane allenatore a far convivere nei bambini il lato ludico con il lato legato a un impegno che porta a una crescita?
"Personalmente, essendo stato più un educatore che un allenatore, valuto per i più piccoli obiettivi diversi dalla vittoria in partita. I bimbi devono porsi come obiettivo il singolo fondamentale, vincere un “1vs1” ad esempio, o calciare con efficacia il pallone in porta; piccoli passi che portano loro stessi alla soluzione dei problemi di base all'interno del campo e che possano far comprendere loro la differenza tra la vittoria e la sconfitta.
Il punto cardine della mia idea è che nel calcio, come nella vita, c'è sempre un'altra palla. Credo che il calcio e la vita siano fortemente collegati e lo spiego con due esempi significativi: ci sono momenti della vita in cui sei solo e nessuno può aiutarti, vedi il calcio di rigore, e ci sono momenti in cui devi tener duro per arrivare alla fine mese, inteso come conservare a tutti i costi il risultato fino al 90'. Il messaggio che io provo a dare è che c'è sempre un'altra occasione, il calcio usato come filosofia di vita".

5.Hai allenato bambini e bambini: affinità e differenze tra calcio maschile e femminile?
"Le differenze fisiche tra queste due categorie di genere emergono durante la pubertà, da quel momento in poi si viene a creare un divario di forza fisica e ormonale. Il concetto che, comunque, li accomuna è il concetto di divertimento. Se dovessi trovare delle differenze a livello situazionale potrei affermare che la femmina è molto più soggetta alle valutazioni altrui, usa molta più razionalità rispetto ad un maschio che esprime tutta la sua istintività e il suo impulso. D'altro canto la femmina fa caratteristica cardine del suo essere la diligenza e la sua capacità di recepire consigli. Il maschio, invece, necessità di innumerevoli stimoli per esprimersi al 100%, dando tutto sé stesso".

6.Se tra cinque anni dovesse arrivarti una proposta dalla Pro Sesto (che resta la più grande realtà calcistica cittadina), tu come ti comporti? Il tuo futuro lo vedi a Sesto San Giovanni o altrove?
"Valuterei la proposta, senza ombra di dubbio. Non capita a tutti di allenare la società calcistica del proprio paese e, onestamente, ne sarei orgoglioso anche se non mi spaventa l'idea di lavorare lontano da casa. In 13 anni di attività da allenatore non ho mai allenato una squadra del mio paese e, qualora dovessi avere questa opportunità, ne sarei fiero."

Antonio Giovanditti

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