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"Quattro storie": quando una foto racconta un dolore che la routine quotidiana non ci fa vedere

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Qualche giorno fa dando un'occhiata ai post sui gruppi Fb mi sono imbattuto in questa foto che mi ha incuriosito. Quattro tapparelle, niente di che, verrebbe da pensare a un primo sguardo. Però poi c'è la didascalia e lì capisci che esistono ancora anime nobili capaci di non lasciarsi scivolare tutto addosso senza lasciare il segno. Ed è il caso di Mauro Caron che ci ha autorizzato a pubblicare questa storia dai tratti profondi che ci fa fermare a riflettere...

 


Pochi giorni fa avevo condiviso questa foto intitolandola "Quattro storie". 
Una tapparella abbassata, un piccione, una persona alla finestra, una testa appoggiata sul davanzale con una parrucca. Sono le finestre che vedo ogni giorno dal mio ufficio. 
Ieri, da una di quelle finestre, una storia si è chiusa per sempre. 
Le sirene delle ambulanze, i poliziotti e gli infermieri, pochi passanti attoniti, il corpo sull'asfalto del marciapiede occultato da una coperta termica, con più niente da riscaldare e solo qualcosa da nascondere. Dell'uomo si sa poco o niente: un'età approssimativa, una sessantina d'anni, e il piano della Casa Albergo da cui si è lasciato cadere, il quarto. 
Io non sono solito fare necrologi; faccio un'eccezione per quest'uomo senza nome, senza nazionalità, senza storia, senza casa, senza speranza, senza futuro, senza nessuno a portargli un saluto sotto il suo manto funebre argento e oro. 
Morto un giovedì mattina, quando il buio della notte è già finito da ore, ma il caldo non è ancora opprimente, quando intorno il mondo è così difficile, che l'unica cosa cui si può pensare è di lasciarlo.

[Mauro Caron]

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