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La grazia dei riflettori e il silenzio degli invisibili

Quando la giustizia diventa un fatto di visibilità

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In questi giorni il dibattito pubblico si è acceso intorno al caso Roggero e alla richiesta di grazia legata alla presunta legittima difesa. 

Un tema complesso, sul quale ciascuno può maturare la propria opinione, ma che offre anche l’occasione per riflettere su un fenomeno più ampio: l’uso politico delle vicende giudiziarie e la capacità della politica di trasformare alcuni casi simbolici in bandiere identitarie.


Il problema non è discutere un singolo episodio. Il problema è osservare come, ancora una volta, una parte della politica sembri trovare più conveniente inseguire l’emozione del momento piuttosto che affrontare le emergenze quotidiane che riguardano milioni di cittadini.

 
È certamente più semplice accendere i riflettori su un caso che divide l’opinione pubblica, piuttosto che confrontarsi con questioni meno spettacolari ma altrettanto drammatiche: il costo della vita, la precarietà, le difficoltà delle piccole imprese, il peso crescente della burocrazia e il rapporto spesso conflittuale tra cittadini e Stato.


Si invoca una grazia. Ma viene spontaneo chiedersi: quante “grazie” dovrebbero essere richieste per quelle persone che ogni giorno combattono una battaglia silenziosa contro cartelle esattoriali, interessi, sanzioni e procedure amministrative che sembrano non avere mai una fine?


Ci sono migliaia di imprenditori, artigiani, lavoratori autonomi, professionisti e cittadini comuni che non hanno truffato nessuno, ma che sono stati travolti da difficoltà economiche, crisi personali, cambiamenti del mercato o semplicemente dalla complessità di un sistema fiscale e burocratico sempre più difficile da sostenere.


Anche chi scrive queste righe appartiene a questa realtà. 

A settantadue anni, dopo una vita di lavoro, può capitare di essere giudicati soltanto attraverso il linguaggio freddo delle procedure: un debito diventa una colpa, una difficoltà diventa un sospetto, una storia personale scompare dietro un numero di pratica.


Eppure dietro ogni posizione debitoria c’è spesso una persona, una famiglia, un percorso di vita.


La provocazione allora nasce spontanea: se per alcuni casi compaiono striscioni e slogan, perché non vediamo mai scritte come:
“Siamo tutti cittadini dimenticati.”
“Io sto con chi ogni giorno prova a rialzarsi.”
“Difendersi dalla disperazione burocratica dovrebbe essere un diritto.”


Naturalmente è una provocazione. 

Ma le provocazioni servono proprio a mettere in evidenza ciò che spesso non vogliamo vedere.


Viviamo in una società nella quale l’indignazione sembra essere diventata selettiva: alcuni drammi diventano emergenze nazionali, altri restano confinati nel silenzio delle case, degli uffici, delle aziende che chiudono e delle persone che cercano dignità senza fare rumore.


La politica dovrebbe avere il coraggio di occuparsi anche di queste storie invisibili. Perché la giustizia non dovrebbe essere soltanto ciò che appare sui giornali, ma anche ciò che accade ogni giorno lontano dalle telecamere.


Una democrazia matura non si misura soltanto dalla capacità di giudicare chi sbaglia, ma anche dalla capacità di comprendere chi cade e cerca una possibilità per rialzarsi.


Giorgio Floridi


 

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