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" LA PECORA ROSA " di DANIELE OMINETTI

Il libro degli eccessi, dove tutto o quasi è permesso.

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BIOGRAFIA

Daniele Ominetti è nato ad Ancona il 2 agosto del 1978 e vive a Montemarciano (AN). Lavora come ferroviere presso Trenitalia. La "Pecora rosa" è il suo esordio letterario.

PRESENTAZIONE

Prendete la capacità descrittiva (quasi puntigliosa) di Emilio Salgari, aggiungete un po' di dicotomia letteraria (una sorta di Dr. Jackill e Mr. Hyde del genere letterario), mescolate il tutto con un pizzico di giallo, ed otterrete " La pecora rosa" di Daniele Ominetti. Il libro degli eccessi. Dove tutto o quasi è permesso. Dove uno stile ricercato, forbito al limite del pedante, convive con...il vocabolario del turpiloquio.

Il lettore, si trova incollato sino alla fine, compresso tra tutte queste dualità. Attraverso questa chiave di lettura, è possibile comprendere come due metà così distanti tra loro, possano comporre un unico romanzo. Un'enorme Tao dove il bianco con un piccolo punto nero e il nero con un piccolo punto bianco, si fondono insieme per creare un unico cerchio.

Un po' come accade per il visconte dimezzato... solo unendo le due parti si può avere una visione completa. Il totale e definitivo, in realtà non esistono. Uno spaccato dei nostri tempi. Da una parte i quartieri suburbani, capeggiati da Jimmy Boulevard di Villanova, investigatore privato, che ne descrive lo squallore fin nei minimi particolari, non tralasciando nulla al caso; dal marciume del linguaggio, sino a quello dell'anima, corrotti entrambi da un lignaggio, non di discendenza, ma di medesimi comportamenti, acquisiti per ereditarietà territoriale e da pura convivenza.

Usando un idioma nudo e crudo che si fa fatica a digerire, ma che ne esalta la veridicità dei fatti. Dall'altro lato, Daniel, scrittore acclamato, fa capolino da uno squarcio, completamente in antitesi, che si affaccia sul restante mondo, fatto di pochi eletti, quello a cui la mediocrità del resto della popolazione aspira. Daniel si aggira in un universo fatto di pochi elitari, in cui macchine, belle donne, luoghi idilliaci, e cucina gourmet, la fanno da padrone, il tutto condito da un idioma ricercato fino allo sfinimento del lettore.

Il filo conduttore, che alla fine farà da livellatore nella storia, è il concetto che nessuno sfugge alla plutocrazia che regna sovrana, in un universo dove la capacità di agire senza costrizioni esterne è pura utopia. In tutto questo i due personaggi, Jimmy e Daniel, alla fine saranno entrambi un tutt'uno di questa nostra società.

Buona Lettura...

LA PECORA ROSA

Primo Capitolo

I due uomini stavano compiendo alcuni giri di campo in silenzio, riscaldandosi con una corsetta di fondo nel freddo limpido e mattutino di una rara e bella e nitida giornata autunnale. Si fermarono ed allungarono i loro muscoli con una sequenza mirata di esercizi: una crasi di stretching e yoga. Poi, uno dei due passò alla pratica di una sorta di forma o pomse o kata, creata da egli stesso. Vi erano incorporati fondamentali del Tai Chi (per quanto concerneva lo studio dei flussi e dei canali d’orgone irradiato dal Dan tien bruciatore), dello Shaolin Kung fu e Hung gar (per tutto ciò che riguardava le posizioni basse ed ampie, stabili e forti) e del Muai thai più classico (nei colpi e nelle movenze caricate e frustate).

L’altro uomo era ora intento a tirar pugni da pugile e calci di taekwondo, alternando ad essi schivate in tuffo e agili passi in footwork. Quando entrambi furono pronti, unirono i reciproci avambracci e praticarono l’esercizio Chi sao (liberamente tradotto in “mani appiccicose”). L’uomo che, fino a pochi istanti prima, si stava cimentando con destrezza nella forma, era adesso diventato il maestro ed era egli a condurre l’esercizio impartendo la ritmata cadenza. Iniziò in maniera molto edulcorata, ma non blanda, aumentando progressivamente il ritmo e l’intensità. L’allievo trovò molte difficoltà relative al superamento della guardia del maestro, perché quest’ultimo chiudeva i quattro cancelli in maniera molto efficace, praticamente perfetta. La difesa e l’attacco erano inscindibili.

Questo, provò a spiegarlo al suo allievo, che era un buon allievo. «Devi far tuo il concetto di simultaneità. Non si può scernere il movimento di difesa da quello di attacco. Una mano che attacca è una mano che difende.» Se la mano dell’allievo attaccava, il maestro la defletteva senza opporre energia all’energia. Se arretrava, la mano del maestro la seguiva. Se si spostava lateralmente o si abbassava oppure se si alzava oltre misura, il maestro entrava con la stessa facilità con cui una lama calda e affilata penetra nel burro. «Ricorda, la mano è più veloce dell’occhio. Tu sei un grande chef, lo sai meglio di me. Tieni a mente tutte le volte che ti sei scottato con una pentola rovente. La tua epidermide s’è accorta prima dell’occhio, non è forse vero? È una questione di sensibilità, non perdere il contatto.»

Il maestro chiuse gli occhi e proseguì, continuando a dominare l’allievo, il quale non si accorse di alcuna differenza, intento e concentrato com’era. «Cerca di attaccare lungo la linea centrale, non solamente perché vi sono collocati i punti più sensibili del corpo, ma soprattutto perché l'attacco diretto è sempre il tragitto più breve per raggiungere il bersaglio e quindi il più rapido ad arrivare. Inoltre, il cuneo disegnato dai pugni a catena offre anche un’efficace protezione, una vera e propria schermatura difensiva simultanea all’attacco.» Lo scambio proseguì con un continuo e ripetuto alternarsi di gum sao, pak sao e lap sao e pugni verticali impreziositi dall’energia del polso e del pollice.

Ogni quindici, venti tecniche di mano, il maestro inseriva una tecnica invisibile di gamba che innescava un improvviso chi gerk. L’esercizio era coadiuvato da repentini spostamenti dei piedi e da brevi avanzamenti in bic bo, soprattutto durante le fasi più irruente e concitate (ma mai confusionali), in cui venivano utilizzate le tecniche di pugno a catena. Il maestro era prodigo di consigli verso il suo allievo e quando notava che questi era affaticato, ma troppo orgoglioso per ammetterlo, si fermava e spiegava lui le tecniche ed i trucchi.

«Rilassa le spalle. Sciolto. Questo non è un esercizio di forza, ma di percezione e sensibilità. Non devi mai permettere che l’energia ristagni o si blocchi in fase di stallo. Deve scorrere in maniera fluida. Impara a respirare. Se trattieni il respiro, trattieni il chi. I muscoli s’irrigidiscono e producono acido lattico. Tutto deve fluire in maniera naturale. Mantieni la mente rilassata ed il respiro cheto. Tu sei geneticamente predisposto per il Wing Chun. Possiedi braccia lunghe e robuste, usale per attaccare a più livelli.»

«È un onore apprendere da te. Mi dispiace solo di non essere alla tua altezza. Io miglioro molto grazie a quello che m’insegni, ma capisco che tu miglioreresti di più se ti potessi allenare con qualcuno alla tua altezza.» «Non ti rendi conto di quanto prezioso sia tu per me. I maestri imparano molto dai propri allievi. Soltanto il fatto di avere a disposizione un compagno di sparring bravo e volenteroso come te, col quale potermi esercitare, è per me un motivo per cui sentirmi incommensurabilmente grato. E ti ringrazio davvero tanto.»

I due uomini, al di là del rapporto maestro-allievo, erano anche due ottimi amici e si rispettavano molto. Alla fine degli allenamenti si salutarono e tornarono alle rispettive dimore. Era stato un buon allenamento ed un buon allenamento ti gratificava e ti tesaurizzava sempre, a livello spirituale. L’uomo che, fino a poco fa, era stato un maestro d’arti marziali, percorse a piedi il sentiero selciato che conduceva alla sua abitazione, una splendida villa gaudente di un magnificente scorcio panoramico al di sopra di uno dei parchi più belli della riviera adriatica: quello del Conero. Si trattava di un’ampia abitazione color avorio in stile contemporaneo e volutamente asettico, costruita su quattro parallelepipedi sapientemente incastonati tra loro dalla mente di un abile e creativo architetto.

L’edificio era impreziosito da ampie vetrate che diffondevano una raggiante luminosità all’ambiente interno, migliorando ulteriormente il già ben più che gradevole effetto all’occhio. Il mare sottostante risultava ben visibile praticamente da ogni singolo angolo all’interno della dimora, la quale brillava d’una luce radiosa, rutilante ed intonsa, contrastante col verde incorrotto della natura circostante, nel quale essa vi era immersa.

L’uomo premette il tasto del telecomando ed il cancello si spalancò dinnanzi al suo incedere sicuro. La villa era dotata della più avanzata tecnologia domotica, a partire dal controllo centralizzato delle luci, della temperatura, delle tende e dei sistemi di sicurezza. L’uomo notò che l’aria era particolarmente tersa, quel giorno. Tanto da riuscire a scorgere lungi i monti e le prime isole della Croazia. Richiuse la porta alle sue spalle e, per un attimo, si sentì solo, senza la ragazza ad attenderlo. La loro era una scelta, quella di vivere in abitazioni separate. Entrambi convenivano sul fatto che la convivenza fosse l’ipogeo dei sentimenti ed ottemperavano sinergicamente a questa regola.

Altresì, l’uomo aveva bisogno di solitudine per riflettere e lavorare. Ne aveva bisogno per  cogliere ogni aspetto significativo od ogni sintomatico dettaglio che avrebbe potuto accendere la sua ispirazione. Episodi inani per un comune occhio umano avevano in lui il potere di scatenare la creatività, perché egli aveva sviluppato una sensibilità peculiare nel cogliere la beltà e l'essenza. Ad esempio, come stava accadendo in quel momento, un gatto domestico che cacciava tra l’erba poteva ispirargli un pensiero filosofico riguardante l’importanza degli istinti primordiali nell’uomo, nonostante la moderna società abbia fatto di tutto per sopprimerli. Ma questa era soltanto una banale digressione.

La verità era che, in quell’istante, egli desiderò ardentemente la ragazza, confermando appunto la succitata tesi. La casa era diventata troppo grande per un uomo solo e, in realtà, convivevano per periodi sempre più lunghi. Lei amava lasciar tracce del suo passaggio, dalle calze sparse per la casa ai messaggi scritti su fogli di carta sopra la scrivania, sulle agende o sullo schermo del computer. Graffiava le porte od il mobilio color avorio come fosse una gatta, imprimendoci sopra il suo smalto rosso. Lasciava sempre un segno che riportasse la mente ed il cuore dell’amato a sé. L’uomo si ricordò che, quel giorno, lei avrebbe impartito lezioni di matematica a scopo puramente benefico ad un ragazzino afghano, rifugiato politico.

Bene”, si disse, “mi toccherà lavorare pure a me. Ma prima sarà meglio rilassarsi come si deve”.  Da sempre preferiva il bagno alla doccia, a meno che non fosse stato sollecitato dalla fretta, ma questo non accadeva quasi mai, visto lo stile di vita agiato. Preparò l’acqua nella Jacuzzi ed accese lo stereo. Passò accuratamente in rassegna un certo numero di CD, dopodiché optò per Two suns dei Bat for lashes. Il CD gli era stato regalato dalla ragazza e possedeva il potere di aiutarlo a mettersi in comunicazione con sé stesso, di fornirgli ispirazione o, quanto meno, di favorirne le migliori condizioni possibili. Il singolo estratto dall’album s’intitolava Daniel. E Daniel era pure il nome dell’uomo.

La ragazza glielo aveva regalato apposta, dedicandoglielo con affetto. Lei affermava che i toni cupi e tenebrosi e gotici (atmosfere accomunanti a tutte le canzoni contenute) sembravano proprio voler scavare attraverso il buio spesso dell’anima del suo amato, in cerca di quel fuoco fervido e recondito che dimorava sì in lui, ma che per scoprirlo bisognava superare davvero nubi fulvide e coltri e cenere e creosoto. “Tu ci stai riuscendo”, disse fra sé, rivolgendosi alla ragazza che in quell'istante era lì, nella vasca con lui, virtualmente presente. Tra le canzoni preferite di Daniel spiccava Pearl’s dream. Egli la trovava molto più che decente e conforme al decoro. Entrò nella vasca e schiacciò il tasto START. Le pompe per l’idromassaggio s’innescarono e l’uomo s’immerse fino al collo. Si ripulì così delle frequenze di disturbo, ascoltando solo ciò che proveniva dal suo io. La Jacuzzi rappresentava il suo rifugio disincarnato, il suo luogo di culto.

Quasi senza accorgersene, al suo interno, l’uomo praticava spontaneamente una sorta di meditazione guidata. La crasi ed il perfetto equilibrio tra le due diversità (spontaneità e volontà) non era il semplice risultato di un ossimoro ad effetto, ma bensì un sincretismo che nasceva dagli effetti benefici tratti dal corpo e riversatisi poi sulla mente, la quale assumeva uno stato di rilassamento tale che, inconsciamente, consentiva allo spirito di venirsi a trovare in comunione con l’Universo Creatore. Ne conseguiva la condizione ideale per poter lavorare al meglio.

I pensieri volgevano nella direzione giusta ed andavano delineandosi, andando così a creare il miglior futuro possibile, o meglio, la miglior realtà futuribile, interagendo con le leggi gravitazionali ed influenzando copiosamente i processi creativi universali. L’uomo, così immerso nella vasca ergonomica, poté visualizzare nei dettagli la presentazione del suo ultimo lavoro e, in quell’istante, seppe per certo che si sarebbe rivelato un nuovo, clamoroso, best seller. Quando il timer arrestò l’idromassaggio, l’uomo ruotò la maniglia che stappò la vasca e si sciacquò con una fugace doccia. Uscì, si asciugò, si rasò e si vestì. Il bagno aveva favorito il rilassamento dei sensi e la musica lo aveva reso più percettivo nell’ascoltare la propria ispirazione. Adesso era in comunione col suo vero io e, quindi, si sentiva pronto ed idealmente conflagratoverso il lavoro, il vero lavoro.

Già, perché egli non era un maestro d’arti marziali (se non in potenza, quando allenava con fervore, ma sporadicamente, il suo epigono), ma piuttosto uno scrittore professionista. Raggiunse così il suo studio e si sedette davanti alla scrivania da lavoro, ripulito di tutte le frequenze in eccesso. Diede un’occhiata alla libreria, scavata direttamente nella pietra d’ardesia. Egli ne era particolarmente geloso. Era un uomo decisamente facoltoso, ma tra tutte le cose che egli possedeva, la biblioteca era quella che più lo faceva sentire ricco. “C’è la mia storia scritta in essa”, pensò. Dagli Stephen King ai Clive Barker degli antipodi, passando per i Bukowski, gli Hamingway, Harry Miller e Burroghs, i Chuck Palaniuk, gli Irvine Welsh, fino ai Dan Brown, a Wallace Wattles e agli Zecharia Sitchin, trascurandone molti altri. Una volta innescata la miccia, una volta fatto conflagrare il motore, pensò, il romanzo sarebbe partito da sé.

E così fu. La narrazione scorreva fluida e l’ispirazione prese il sopravvento, trascurando tutto il superfluo. Ciò che restava era la storia. E la storia avrebbe pensato al resto. E Daniel si dedicò al suo mestiere con disciplina ed abnegazione.

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LA PECORA ROSA  di  Daniele Ominetti - Editrice Albatros - Nuove Voci -

Caro Lettore

Arrivederci al prossimo appuntamento letterario.

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