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" PALO QUATTRO - L'AMORE ABUSIVO " di SONIA SERRAVALLI

Trasforma i tuoi desideri al presente ed educa la tua mente a raggiungerli.

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BIOGRAFIA

Sonia Serravalli, nata a Ferrara 40 anni fa, incomincia a scrivere in prima elementare, non appena riesce a coordinare il movimento di una penna. Vive in Egitto, in Sinai, nella cittadina di mare di cui si è innamorata 8 anni fa dopo tanto peregrinare per il mondo.

A 14 anni le viene conferito un terzo premio ex-equo ad un concorso nel mantovano con una poesia, “Texas”, diventando la mascotte del concorso.

Pubblicazioni successive: "Se baci la rivoluzione",   “La turista sul Nilo”,  “Senza volere”,  “Chiedete alla reception”.

Sonia ha pubblicato inoltre regolarmente sulla rivista di bordo Racconti Per Un Viaggio (Fortuna Editore), rubrica “Ponti a sud”. Sarà possibile visionare le sue lettere di viaggio e relative poesie nei siti: http://www.mexicoart.it , www.dahabtravel.eu/it e molti altri.  Interessi: viaggi e lunghe residenze di conoscenza all’estero, scrittura, lettura, studio delle lingue, antropologia, ricerca spirituale, musica, passeggiate a cavallo e mare. Interesse predominante: “rendere la propria vita straordinaria”.

PRESENTAZIONE

Caro Lettore,

Peter, giornalista tedesco, arriva nella vita di Mariangela con un’impresa folle in testa: aprire la prima radio libera in Marocco. Mariangela è rimasta vedova da poco, il suo lavoro presso un editore new age è in crisi e sta pianificando di lasciare l'Italia. Così, accetta di lavorare per Peter, conquistata dal suo entusiasmo e dalla sua magnetica premura. Tra i due si intensificano gli scambi intellettuali ed esoterici. La new age è stata la carriera di Mari, e Peter è alla costante ricerca di nuovi guru. Il loro rapporto si basa da subito su telepatie spaventose. Unendo le loro conoscenze esoteriche, paiono possibili perfino i miracoli…

BUONA LETTURA...

PALO QUATTRO

2009

Avanti principessa, svegliati, svegliati!” Non è la frazione di una fiaba nota e io non sono la bella addormentata nel bosco. Il bacio è sulla nuca, mentre tra uno strattone e l’altro lui mi spinge sotto l’acqua fredda tenendomi per il collo. “Vediamo se così ti svegli! Ho avuto un’illuminazione. Solo tu ti ostini a non capire!” E’ il mio amore, o quello che è rimasto di esso.

Non riesco a respirare, tranne quando per un attimo lui mi permette di uscire dal getto, mi bacia sulla nuca sfiorandomi appena e poi mi ributta sotto l’acqua. Qualcosa di me si stacca da me come in esilio, forse perché non si fida più - né di me, né di lui. Il tempo rallenta, si squama, tossisce, s’impenna. Lui dà di nuovo fiato alla bocca. Io non sono Rosaspina e lui non è su un cavallo bianco quando dice: “Tu giochi con le forze cosmiche e poi ti lamenti!” In tono ispirato, mentre mi lascia, ponendo fine alla tortura di quel giorno. “Vieni qui, beviamoci un caffè e non pensiamoci più.”

 2008

Erano le nove. Sedevamo contro la pancia della nave, sulla strada, in attesa di trasferirci nello studio di Radio Babel. Davanti a noi si stendeva l’oceano, oltre le fortificazioni della perla atlantica. Di lato proiettava la sua ombra il carretto arrugginito che si erano portati dietro Peter e Tamer, stipato di microfoni, mixer, schermi, tastiere, processori e pile di cd. “Secondo voi quando saranno le otto a casa di Jack?” fece Alina con il suo sguardo di Husky rivolto all'orizzonte. “Secondo me tra un paio d'ore. Ci sono fusi orari ancora sconosciuti alla scienza” rispose Peter svagato, intento a fabbricare un panino con miele e rose su un giornale arabo.

Io sedevo tra i due uomini, Alina all'altro lato di Peter, come al solito. I miei pantaloni di lino bordeaux sfioravano il cotone militare di Peter e quello a pezze colorate di Tamer. Il vento sapeva di salsedine e di rose. Credo avessimo l’aria di artisti di strada. Era colpa del mare, dell'agio con cui ci aveva trasformati fino a renderci incorporati nel tutto, tra polvere e sole, padroni di un mondo che ci eravamo scelti. "Ti mangi quella roba lì?" fece Tamer, l’indigeno nottambulo, già fiacco per essersi dovuto alzare a un'ora antimeridiana. “Anche” gli rispose Peter. “Ma questa volta è un’esperienza che riservo a qualcun altro,” proseguì rizzando la schiena e porgendomi il panino alle rose in una strizzata d’occhio. “Vorrei farti provare questo.” Poi, complice solo con me, più a bassa voce: “Ti prego non rifiutare l’invito o perdo la faccia di fronte ai miei futuri dipendenti” sorrise in maniera fondente.

Sentii Alina irrigidirsi e poi dire verso Tamer, ma in modo che sentissimo tutti: “Beh, se già che ci siamo vogliamo passare ai giochi erotici, potevi farci ben altro con quei dannati fiori.” Avvertii di lato il suo più tipico tono tra lo svampito e il duro, mentre infastidita si alzava per andare a sedersi più in là, oltre l’arabo. Quella donna incarnava la perfetta assenza di diplomazia. Una caratteristica che Peter elogiava, mentre su di me agiva come carta vetrata, puntualmente sgretolando via armonia da un momento perfetto. Era la prima volta che mangiavo rose. Così com'era la prima volta che m'imbarcavo – letteralmente, dato che la sede era una vecchia nave - nell'impresa di aprire una stazione radio. In Africa.

Da come ci comportavamo, si sarebbe detto che noi due ci conoscessimo da molto tempo. Invece, allora ci eravamo incontrati in tutto una decina di volte, sul lavoro e tra i colleghi. Le sue inaspettate attenzioni mi causavano sempre un certo senso d'allarme. “Potevi almeno provare a dirmi di no” mi sospinse dolcemente con la spalla dietro un sorriso bandito. Una vertigine tra il cervello e il petto non fece in tempo a percorrermi che già arrivò la ciurma delle pulizie con un mazzo di chiavi grandi come mani. Chiesero in arabo a Tamer se volessimo entrare. In un pigro diniego di chi ancora sogna il suo letto, il DJ rispose che avremmo aspettato Jack. Era lui che avrebbe dovuto aprirci lo studio in cui di lì a poco avremmo installato tutti i congegni di Peter nella sede definitiva, dopo le sperimentazioni in una casa su un albero.

Non è che forse hai una sigaretta?” fece Alina con i suoi occhi invernali di nuovo raddolciti per il capo. Una formula che le avevo sentito usare spesso per elemosinare qualcosa. In certi momenti pareva che le sue ciglia avessero il potere di allungarsi. Lui, un po’ goffamente, mi passò il panino per liberarsi le mani e offrì una sigaretta a tutti. I grandi gabbiani intrecciavano le loro danze sonore sopra le nostre teste. I primi pigri commercianti arrivavano ad aprire portoni pesanti in legno antico o ferro battuto. Onde fragorose annunciavano il giorno.

Sei felice?” mi sussurrò Peter a bruciapelo mentre si rinfilava le Marlboro Rosse nei pantaloni, sorridendo come se qualcosa lo avesse reso raggiante all’improvviso. Annuii un po’ imbarazzata. Poi lo sentii troppo vicino, dunque mi alzai in piedi con la scusa del carretto dei giornali che passava: “Chissà se hanno le notizie di una settimana fa, se ci va bene!” Dal fondo della strada si sentì una voce sforzata gridare in un inglese dall'accento tedesco: “Arrivo! Eccomi! Si parte!” Era Jack, finalmente, nei soliti jeans che gli ballavano addosso e una vecchia maglietta universitaria che doveva aver compiuto un quarto di secolo. Vennero ad aprirci i cenciosi ragazzi che dentro la nave già menavano le loro scope sui pavimenti. Entrammo tutti insieme, capitanati da Peter e Jack, nella discoteca e centro culturale che rappresentava il cuore della cittadina. I due uomini a capo di quell'improbabile combriccola sistemarono il pesante carretto nell'ingresso della ex nave. Attraversammo il salone reduce dall’ennesima notte di festa. Costeggiammo un'esposizione di quadri in sabbia e terra. Finestre a forma di delfino e prive di vetri si aprivano su un mare cobalto.

Tacevamo come adolescenti complici di un misfatto coesivo. Salimmo la massiccia scala di legno con piccole conchiglie incastonate qua e là nella logica artistica di una nebulosa. Girammo attorno all'albero maestro e per un attimo ci fermammo ad ammirare il cielo verso cui puntava, immancabilmente blu. E la sua vela bianca, irrequieta nel vento, davanti a quel che sarebbe stato il nostro studio. Ora anche Alina si era fatta seria e Tamer aveva l'atteggiamento di chi volesse iniziare a lavorare per davvero. Tutte le mattine alle otto? Non ci avrei creduto finchè non l’avessi visto. Forse Peter gli avrebbe assegnato il turno di notte. Il capo di quell’impresa ci guidò saltando agilmente un altro paio di scalini. Jack girò la chiave nella prima porta del corridoio e muti ci ritrovammo nello studio dalle finestre ad oblò - odore di cose compresse e di vernice - dietro la parete a vetro incastonata contro l'oceano.

"Poteva forse andare meglio?" Peter era rapito dall'entusiasmo. Aveva scelto quel posto la settimana precedente, dopo molte ricerche. La sua voce rimbombò nel vuoto dell'ambiente appena riverniciato. Senza neanche aspettare le nostre risposte incominciò ad aprire le finestre, muovendosi nervosamente come un animale liberato. Poi, con un controllo nuovo nella voce, disse: “Le ragazze: dischi e cd. Le cose pesanti sono per me, Tamer e Jack, d'accordo? Fate attenzione ai ganci degli elastici e ai ferri vecchi.” “Ah, non darti pena Peter, più ferro vecchio di me! Se le ragazze sono qui con questi personaggi, sono già nei guai!” gli fece eco Jack. Si rise.

Poi iniziammo con il su e giù per le scale, mentre Jack inaugurava una macchinetta per il caffè posta in un angolo del corridoio. Beh, un modo per defilarsi più fine di quelli usati da Tamer, pensai. Guardavo Peter agitarsi nella frenesia di una visione tutta sua. Era alto, rasato, la carnagione scura come di un mediterraneo. L'abbigliamento casual sottolineava la sua muscolatura naturale e una paio di infradito giapponesi, rigorosamente acquistate in Giappone in uno dei tanti viaggi d'affari, mettevano in evidenza i piedi bruniti e forti. Aveva due occhi chiari con uno sguardo cocciuto, fisso come una fonte inarrivabile, un pozzo di luce senza attracchi. In quel viavai, quando mi guardava, il suo sorriso aperto esplodeva di ebbrezza e di smania, di fretta, di quell'agonia creativa che riconoscevo spesso in me. Dovevo tenerlo alla dovuta distanza.

                                                                                     ***

Un giorno di pochi mesi prima, la principale strada pedonale di Essaouira era stata invasa da fogli bianchi dattiloscritti che svolazzavano nel vento oceanico, liberi, impudichi, rivelando pezzi di creazione privata. La moglie chiamava l'assente innervosita da una finestra al primo piano: “Peter! Peter!” Certi gabbiani si scostarono. Certi commercianti ne chiamarono altri indicando il cielo. Certi passanti si fermarono come stessero ammirando un fenomeno atmosferico mai visto. Come carezze di colomba, fogli e ritagli bianchi si erano ormai aperti in volo a migliaia. Messaggi scappati a una vecchia macchina da scrivere spiccavano il loro salto nel buio della luce. Da certe porte e finestre sventolavano lenzuola bianche lì poste a sostituire porte e tende. Sapevano di sapone fatto in casa. La scena sarebbe stata degna di un oscar per la fotografia. Ma non eravamo dentro un film, e quella tedesca dallo sguardo di capinera ferita non pareva molto propensa ad ammirare la bellezza dei diari di suo marito che si disfacevano per la città. Ne afferrai uno stralcio, mentre varie altre persone avevano iniziato a raccoglierne.

Il foglio tra le mie mani diceva: “Meditare ogni giorno visionando: bambini, amore coniugale, un'impresa di successo, una casa grande con giardino. Libertà, divertimento, denaro. Sei tu l'artefice di te stesso. Resta in contatto con il tuo spirito sempre. Trasforma i tuoi desideri al presente ed educa la tua mente a raggiungerli. Ora posso, non è più il futuro. Ho bambini, una moglie fedele, un'impresa mia, una villa con giardino. Sono libero e faccio quello che voglio. Sono io l'artefice di me stesso e posso aiutare il prossimo a capire.” Ingrid, la moglie, parlava tra sé indispettita, cercando di raccogliere i fogli ancora rimasti sul davanzale della finestra, mentre gli arabi e i turisti che passavano aiutavano a racimolare quelli che il vento aveva sparso bellamente per il centro. Mi unii all’azione collettiva.

Peter finalmente sbucò dall'angolo, ignaro, prestante, luminoso, con un giornale sottobraccio. Allora, non conoscevo il suo nome. Sgranò gli occhi alla vista di quello che era successo, ma non si turbò. La moglie dall'alto gli gridò qualcosa sul suo disordine e la sua sbadataggine. Lui rise, raccolse i fogli che gli porgemmo e ringraziò. Poi risalì le scale di casa come un gatto, senza neanche assicurarsi di avere recuperato tutto. S’intravide l’uomo venire a chiudere i battenti sulla strada, già a petto nudo, ed entrambi scomparire senza un rumore. Il nostro primo incontro era stato questo. Effetti speciali, e una finestra che mi chiudeva fuori dal mondo di Peter e Ingrid. Avrei imparato, forse. Forse avrei imparato a leggere tra le righe del reale come diceva di fare lui.

                                                                                        ***

Ci rincontrammo in spiaggia, casualmente, lo stesso pomeriggio. Sul momento non fui certa che fosse lui: stava seduto al bar ripulendo la tastiera del suo computer con un asciugacapelli. “Ah, il deserto tutto nella mia tastiera!” farfugliò in tedesco, salutandomi. Ci presentammo, tra mani, cavi sul tavolo e prolunghe che attraversavano il pavimento. “Tu ti occupi di testi esoterici, ho sentito -, giusto?” mi fece fingendosi distratto. “Wow, le notizie viaggiano in fretta in questo posto!” Ripose il phon nella jeep lasciata davanti allo stabilimento, in una cassa di batteria che usava come scatola: “Dobbiamo parlarne!” mi gridò da là. Peter in Germania era un giornalista sportivo. Fin dall'inizio simpatizzò con me con una disinvoltura sospetta; c'era qualcosa di eccessivo nella sua stima. La profondeva con una familiarità invadente. Fin lì, era vero, avevo lavorato come traduttrice e correttrice di bozze per vari editori di testi new-age. Allora conoscevo già bene Essaouira. Era qui che da un po’ ritornavo per non perdere la conoscenza delle lingue che avevo studiato, arabo incluso, e per scappare dal freddo. Ormai puntavo a restarci sempre più a lungo.

Peter si trovava qui in vacanza con la moglie, un'artista che lavorava il cristallo e commerciava soprammobili e installazioni in Germania. “A proposito, io sono Peter. Due passi con me?” mi chiese dopo aver chiuso la macchina, allungandomi una mano per presentarsi. Accettai. Mentre parlavamo sul bagnasciuga, a tratti lanciava sassi sull’acqua, facendoli rimbalzare. “Voglio aprire una stazione radio locale... Sarà la prima” mi disse con l’aria di un bambino con l'intenzione di combinarne una grossa. “Ho in mente una creatura multiculturale, sono sicuro che si tratterà di una vera rivoluzione per Essaouira”. Conoscendo la realtà locale, la cultura del controllo e le regole ferree in vigore, l'idea di Peter mi parve allo stesso tempo folle e allettante.Come se mi avesse letto nel pensiero, lui aggiunse:

Con il potere dell’anima tutto è possibile, Mariangela.” Si divertì a fare il misterioso lasciando seguire un lungo silenzio riempito solo dal fragore delle onde e da quel vento che mi agitava. Poi, ridendo aggiunse: “L’ha detto Jimmy Hendrix quando ha conosciuto questo posto, lo sai?” Mi guardò sorridendo bonario. Poi, come se si fosse allenato a lungo per quell’evento, in uno scatto improvviso mi saltò davanti e in un fischio incrociato di movimenti afferrò al volo un pallone che stava per colpirmi in volto. Mi spaventò. Non avevo visto i tre ragazzini che stavano giocando sulla sabbia a venti metri da noi. “Volete fare un po’ d’attenzione o cosa? Siete impazziti?” inveì arrabbiato verso di loro. “Grazie Peter, non mi ero resa conto di niente.” Non mi considerò. Il suo sguardo scintillante di rabbia puntava un ragazzino in particolare, forse quello che aveva sferrato il calcio. “Vieni qua a riprendertelo, che ti veda bene in faccia, e chiedi scusa.” “Non importa” intervenni io, “lascia perdere, grazie comunque.” Ma Peter cocciuto non recepiva più niente e non mi ascoltava più. Aspettò che il colpevole si avvicinasse e che ci offrisse le sue scuse. Lo punì trattenendolo con un lungo sguardo rapitore. Per un secondo mi attraversò una paura ancestrale, tanto velocemente da non riuscire a coglierla. Solo allora rese il pallone, si rizzò e tornò presente e riprese la camminata.

Sentivo ancora la sua rabbia ribollire nell’aria. “Avrebbe potuto farti male” mi disse in un tono velato di accusa per il fatto che la stessi prendendo con leggerezza. Passò qualche decina di metri di silenzio in cui Peter apparentemente macinava i trucioli della sua irritazione. Poi, grattandosi la testa come se si stesse sottoponendo a uno sforzo mentale, riprese il discorso precedente. “La radio, ti dicevo. La cosa ci darà filo da torcere” continuò. “Già se fossimo in Europa sarebbe difficile, figuriamoci qui. Ma io mi nutro di esperienza e sinceramente amo le sfide.” Mi fissò fastidiosamente per un secondo o per un secolo. Disse “amo” come se stesse assaporando un boccone prelibato. Dava tutta l'impressione della persona godereccia del buon cibo e del vino di qualità, in abbondanza - qualcuno che amasse mangiare la vita.

In un lungo silenzio fissò l’orizzonte a occhi stretti come se dovesse tagliarlo. Poi continuò: “Passo lunghi periodi a Essaouira. Il mio obiettivo è di trascorrere in Germania solo sei mesi all'anno. Devo crearmi una base qui e l’idea della radio mi è giunta in sogno. O meglio, durante una meditazione profonda, in cui vidi anche altre cose...” Si fermò, distratto da enormi gabbiani che ci planavano vicino come angeli. Parlava sempre in prima persona. Mi stupiva l'indipendenza dei due coniugi. Quando mi chiese dei miei trascorsi nel porto, scoprimmo che vi eravamo approdati attorno alla stessa data, tre anni prima, e che curiosamente vi avevamo trascorso proprio le stesse stagioni, senza incrociarci prima d’allora.

Usava parole che erano spesso anche le mie. “Destino”, “segno”, “visione”, “possibilità”, “energia”, poi “concepire”, diceva spesso, e “potente”. E come me usava spesso il verbo “bruciare”. “Se ti interessa potresti essermi utile per l'apertura e per le traduzioni dei documenti legali e roba del genere. Anzi, te lo dico subito, sto cercando una persona responsabile in loco per il prossimo inverno. Non avrò modo di restare tutto il tempo, per ora.” Mi voltai a guardarlo negli occhi. “Pensaci,” rinfocolò lui con un sorriso sereno. Mi fissò per bene in viso come se volesse riconoscere qualcuno, poi annuì tra sé e sé, come confermandosi qualcosa. Infine, infilò la sua mano grande e sicura in tasca e mi porse un biglietto da visita, con l’aria di chi stesse passando un revolver a un’amica...

                                                               - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - - 

"PALO QUATTRO - L'AMORE ABUSIVO" di Sonia Serravalli  - Monetti Ragusa Editori

Caro Lettore,

arrivederci al prossimo appuntamento letterario

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