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"GIORNI DI NEVE, GIORNI DI SOLE" di Fabrizio e Nicola Valsecchi

E ora, sospeso tra due mondi troppo diversi, sento il cuore pronto a scoppiarmi. Perché, oltre le nuvole, c'è qualcuno che mi aspetta.

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BIOGRAFIA

Gli autori, Fabrizio e Nicola Valsecchi, nati a Como nel 1976, gemelli scrittori cernobbiesi, hanno precedentemente pubblicato con la casa editrice Mamma i romanzi "La Chiromante". Una Profezia (2002) e B. e "Gli uomini senz'ombra" (2004), riscuotendo un buon successo di critica e pubblico, oltre al racconto "Il seme della discordia" (2006) apparso sul giornale "Il popolo Veneto".

Scrivono realmente a quattro mani, procedendo insieme, senza ripartirsi i compiti, con una scrittura asciutta e innovativa.

PRESENTAZIONE

La protagonista del libro di Fabrizio e Nicola Valsecchi è, allo stesso tempo, la sua grande assente. Patricia Dell’Orto è, infatti, una dei trentamila desaparecidos argentini. Strappata dalla sua casa, dalla sua bambina di venticinque giorni, dai suoi genitori e legata nel destino al marito («I militari hanno rubato loro una vita felice insieme», dice il padre).

Patricia e Ambrosio (questo il nome del suo compagno) avevano l’unica colpa di insegnare ai bambini poveri, per provare a dare loro un futuro, per provare ad aprirgli una porta sul mondo. Lo facevano al tempo della dittatura e ciò bastò a firmare la loro condanna a morte.

Partito dall’Argentina per ritornare un’ultima volta nel suo paese natale, il padre di Patricia si abbandona ai ricordi. Quei ricordi che affiorano nella mente di Alfonso Dell’Orto come un fiume in piena che fatica a stare dentro agli argini spazio-temporali della narrazione. Alfonso se ne sta seduto in aereo tenendosi stretta una valigia colma delle tracce fisiche di quei ricordi: fotografie, lettere, disegni, oggetti: quella valigia è il tabernacolo nel quale si sono stratificate negli anni le reliquie della tragedia che ha colpito i Dell’Orto.

E proprio l’assenza della tomba sulla quale piangere la figlia uccisa viene colmata dalla raccolta di quegli oggetti che testimoniano il suo passaggio nel mondo. Il viaggio di Alfonso ha uno scopo preciso: portare la memoria della figlia nel luogo nel quale risiedono le memorie della famiglia.

In Italia, a Piazza Santo Stefano. Patricia avrà il suo monumento funebre nella patria d’origine: una fotografia appesa nella sala principale della cooperativa del paese. E una commemorazione. Anzi, un racconto pubblico della sua esistenza, ciò a cui il padre tiene particolarmente per lasciare una traccia della vita di sua figlia e dell’ingiustizia che l’ha spezzata: «è ingiusto, assurdo morire a ventun anni con un marito di ventitré e lasciare al mondo una bambina di venticinque giorni». È come se Alfonso volesse sistemare le ultime cose per morire in pace.

È così che il vuoto dell’assenza si riempie grazie alla socializzazione della memoria di un lutto e di una vita.

Il libro di Fabrizio e Nicola Valsecchi non è un romanzo, non è un saggio e non è nemmeno una raccolta di memorie perché a scrivere non è il protagonista. Non è una storia quella che i gemelli Valsecchi hanno scritto. Si tratta, di una fonte per la storia di quella vicenda dolorosa e drammatica che vide protagonisti involontari tanti oppositori del regime dittatoriale argentino, ma anche tante persone che con la loro trasparenza, la loro determinazione, la loro opera quotidiana uscivano dallo schema totalizzante e freddamente calcolatore della dittatura.

I desaparecidos lasciarono un’eredità troppo gravosa ai loro famigliari da essere messa da parte per un’instante di euforia, per la vittoria della coppa del mondo di calcio. Un’eredità involontaria, ma non per questo meno impegnativa per chi la riceveva: cercare la verità, cercare una persona che poi diventava soltanto più un nome fra tanti.

L’assenza di tante donne e di tanti uomini è diventata la presenza delle loro famiglie, di madri e di sorelle, ma anche di padri, fratelli, mariti, mogli e figli che hanno circondato le mura del silenzio della dittatura e le hanno, infine, abbattute, in un lungo e tortuoso processo che nasce però a Plaza de Mayo.

Il libro riporta emozioni, parole, sensazioni di ieri e di oggi, capaci di farci ricordare, di proiettare il lettore nella storia di Alfonso, nel suo passato e nel suo desiderio di vita che lo accompagna durante il lungo viaggio. Una storia di verità e giustizia, perché abbiamo il dovere di sapere.

“ Patricia…

Non c’è governo che possa impedirmi di sognarti.

Non c’è regime che possa impedirmi di pensarti.

Nessuno può impormi di scordarti.

E di amarti.

Sempre con te.

Ovunque tu sia.”

* * * 

Buona Lettura...

GIORNI DI NEVE, GIORNI DI SOLE

Liberamente tratto dalla vita di Alfonso Mario Dell’Orto

Per non dimenticare Patricia.

E Ambrosio.

Due tra le trentamila stelle che brillano

in silenzio nel cielo d’Argentina.

La loro luce, la nostra libertà.

Capitolo 1

Ci sono giorni di neve nella vita di un uomo.

Giorni bui in cui ogni speranza è persa e tutto sembra inutile

e vuoto in presenza del dolore.

E ci sono giorni di sole in cui tutto invece risplende di una

luce migliore e ogni ricordo triste svanisce come neve al sole.

Giorni vicini. Giorni lontani.

Attimi che s’inseguono e diventano le storie della nostra vita.

Un filo teso su cui camminiamo come equilibristi, pregando

di non lasciarci cadere.

Guardandomi, potreste chiedervi che cosa faccio qui, a ottant’anni

suonati, a far la coda per un biglietto all’aeroporto

Ezeiza di Buenos Aires.

In mezzo a una folla di estranei che si accalca. Fra tutta

questa gente che corre, che s’abbraccia e che si saluta in lingue diverse.

Tra bambini che, in questo caos, urlano impazziti.

Non sono che un punto indefinito nel nulla. Una macchia

canuta tra la gente.

Eppure sorrido.

Sto inseguendo il mio giorno di sole, dopo averlo cercato e

trovato in una terra lontana.

Non c’è giorno che non abbia sentito il peso dei miei anni in

un paese straniero, che ho cercato di sentire anche un po’ mio.

Ma ora non più: mi sento eccitato.

D’improvviso avverto un fremito. È come se tornassi bambino.

Ora che aspetto il volo che mi riporterà a casa, chiudo la

porta al passato. Almeno per un po’.

Voglio rivedere la mia Piazza Santo Stefano per l’ultima volta.

E scoprire com’è cambiata “la mia Italia”, che non riesco a dimenticare.

La riconoscerò?

Mi riconosceranno dopo tutti questi anni?

Come saranno oggi i volti dei bambini che ho conosciuto ieri?

E chi sarà per loro questo povero vecchio?

Voglio perdermi nel mio Paese. Anche se non è Buenos Aires.

Voglio sentire ancora la mia lingua.

Anche se forse non sempre risponderò correttamente.

Magari qualche bambino, camminando per strada senza curarsi

delle macchine, noterà il mio accento e pensando che sono

straniero mi chiederà da dove vengo.

Stringo più forte la carta d’imbarco nella mano, mentre rivedo

per un attimo l’immagine della corte in cui sono nato.

Mi sembra di essere di nuovo lì.

È così importante per me prendere il volo!

Ritornare da dove sono partito, lasciandomi alle spalle il sole

argentino che mi guarda in faccia e mi brucia la pelle.

Sento già la presenza viva del mio Paese e di tutto ciò che è

stato parte della mia prima infanzia.

E immagino le sue strade, fatte di sassi e ciottoli.

Il lago... In ogni angolo della mia mente tutto il suo splendore:

acque calme e profonde, montagne che vi si specchiano

all’ombra di una vecchia torre, il Baradello, simbolo di un passato lontano.

Il piccolo cortile dov’era la mia casa, accanto al forno.

Il profumo del pane appena cotto.

Lo sciorinare dei panni stesi alla ringhiera.

E spazi ristretti in cui vivere, gridare, correre e giocare.

Non li ho mai scordati. Ma non li ho mai rimpianti troppo, accettando

sempre la vita così come mi si è presentata, sapendo già

che ogni cosa quaggiù mi avrebbe impedito di riabbracciarli.

Ora non più. Non sono costretto a un orario di lavoro fisso

come quello delle fabbriche.

Ho abbandonato da molto la mia occupazione. E ho tutto il

tempo del mondo per me e per mia moglie Pocha.

Ho dunque la possibilità di fare un viaggio di pochi giorni.

Non la lascerò a lungo senza una compagnia.

L’Italia... Piazza Santo Stefano.

Fisso la carta d’imbarco che impugno come il più prezioso dei doni.

E mi sento vivo.

Ancora vivo. Sorrido.

Non c’è un’età che impedisca di sperare.

Di sognare.

Di essere di nuovo a casa.

Al paese... A Piazza Santo Stefano, di notte un presepe sulla

collina, dove si vede la luna brillare riflessa nel lago.

Ma ora è il momento.

Devo andare. Il mio volo mi attende.

Mentre salgo la scaletta, mi volto e saluto in spagnolo Buenos Aires.

Qui, sono venuto da emigrante.

E ora, sospeso tra due mondi troppo diversi, sento il cuore

pronto a scoppiarmi.

Perché, oltre le nuvole, c’è qualcuno che mi aspetta.

* * * 

"Giorni di neve, giorni di sole" di Fabrizio e Nicola Valsecchi - Casa Editrice Marna

Caro Lettore,

arrivederci al prossimo appuntamento letterario

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