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" IL POTERE DELLA FENICE " di Ilaria Damiani

Un mondo in cui le bugie e le menzogne non hanno più significato, dove non esiste alcuna predestinazione, solo il raziocinio.

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BIOGRAFIA

Appassionata da sempre di mondi fatati, musica e magia, Ilaria Damiani è studentessa di Infermieristica. La fascinazione per ambientazioni immaginarie e l’interesse per le problematiche sociali convergono nelle sue storie, dove desidera mostrare la realtà attuale sotto il velo della narrazione fantastica. Il potere della fenice è il suo romanzo d’esordio, iniziato quando l’autrice aveva solo diciotto anni. Come le migliori storie, nasce da un sogno.

PRESENTAZIONE

Caro Lettore,

“Il potere della fenice” è il primo romanzo della Saga delle terre di Araliya. Si tratta di un fantasy classico, dalle ambientazioni tipiche del genere (castelli, villaggi), ma con qualcosa di particolare: luoghi non così scontati, storia della “eroina per caso” non così mitologica, perché Keitha ha le fragilità e le difficoltà di qualsiasi persona. Nonostante Araliya sia un mondo fantastico generato dall’immaginazione e dai sogni, in realtà contiene molti principi ed elementi che guidano la società postmoderna in cui viviamo oggi, come mutazioni, nuove specie, chiusura mentale.

Keitha è una giovane guaritrice del villaggio di Lindon, dove vive una giovinezza perfetta tra amore e soddisfazioni. La sua vita, però, cambia radicalmente dal momento in cui si innamora di Daryn, un giovane Urlatore che, insieme ai compagni chiusi in un Convento nella foresta, entrano in contatto con l’oscuro Dio Sedach. Egli comunica loro pericoli incombenti e manda corvi con i quali gli Urlatori avvisano i villaggi di minacce lontane.

È proprio durante uno di questi viaggi tra Lindon e il Convento che Keitha entra in contatto con il Dio Sedach, che la muta rendendola in grado di dominare il potere del fuoco, tanto forte quanto terribile. Keitha scoprirà che, grazie alla sua mutazione, è l’unica in grado di salvare la sua casa, la sua terra dalla minaccia degli Uomini dell’Ovest, di cui non si conosce aspetto o volto. Accompagnata dalla magnifica fenice Bardys, Keitha comincia così il suo viaggio verso i Luminosi, gli unici che possano guidarla in una guerra di cui non si sente parte.

Dovrà rinunciare all’amore, ai sogni e alla bellissima vita di Lindon, scoprendo verità nascoste e poteri indomabili. Nel viaggio della protagonista, sebbene nascoste tra magie e immaginazioni, trapelano condizioni tipiche del ventunesimo secolo, ad esempio il cambiamento di Keitha esprime le sempre più frequenti mutazioni; gli Uomini dell’Ovest rappresentano le nuove specie che la scienza è in grado di creare, delle quali non si conosce nulla. Inoltre, oggi è difficile capire ciò che è bene e ciò che è male, nel libro ho voluto esaltare questa dicotomia: da una parte, gli Urlatori, simbolo del Male, compiono azioni che sembrano positive; dall’altra, i Luminosi, simbolo del Bene, hanno atteggiamenti che identificheremmo come malvagi.

Questi principi vengono racchiusi ne “Il potere della fenice” che, quindi, vuole esse un viaggio, parallelo a quello dei giovani nel mondo reale, dove la protagonista si allontana dal mondo protetto e sicuro dell’infanzia e della giovinezza, per entrare, sebbene in modo molto drammatico, nel mondo dell’età adulta, dove i suoi sogni saranno più difficili da inseguire e il mondo che conosceva cambia radicalmente, un mondo in cui le bugie e le menzogne non hanno più significato, dove non esiste alcuna predestinazione, solo il raziocinio.

Buona lettura...

IL POTERE DELLA FENICE

PROLOGO

Passi strisciavano nel grigiore del mattino, pesanti come pietre. A terra, armi, asce e spade trascinate nelle pozzanghere d’acqua stagnante. Dietro, il mare ruggiva in un unico boato. Ma loro non si fermavano. Una nube di caligine aleggiava tutto attorno, una foschia scura legata alle fauci della terra da rumorose catene. Mai nessuno ha saputo, sa o saprà quale sia il loro vero aspetto. Venivano da terre estreme al di là del Confine, dall’oceano, da terre bagnate da mari sconosciuti. E avanzavano senza meta verso Est, verso coloro che temevano di più. A miglia di distanza, la pioggia cadeva sul legno bagnato, già umido della foschia della notte. Una leggera nebbia si levava dal terreno inzuppato d’acqua. Soltanto un gallo cantava nell’alba grigia, rompendo il silenzio con il suo grido acuto; solo il lieve picchiettare della pioggia sul terreno. Poi, in un unico istante, si udirono battiti d’ali lontani, confusi con il rumore della pioggia sui tetti.

Si fecero sempre più vicini, accompagnati dal gracchiare dei corvi. Raggiunsero il villaggio di Lindon. I loro becchi percossero il legno delle case, svegliando e spaventando i suoi abitanti. Le loro scie magiche li rendevano spettrali, come provenissero dall’Oltretomba. Un canto melodioso e lugubre saturava l’aria. Poi corvi e canti svanirono tornando verso Nord, verso i boschi, lasciando dietro di sé occhi sbarrati, legni squarciati e cuori palpitanti. Lontano, intanto, l'esercito di nebbia avanzava nel grigiore del mattino, lento, silenzioso. Nulla avrebbe potuto fermarlo. Keitha impugnava una vecchia lama di ferro e faticava a levare gli ultimi residui di latte bollente dalla tazza di rame. Sbuffò togliendosi un ciuffo di capelli rossi dal volto. Lasciò cadere la ciotola nella tinozza d’acqua ormai fredda e si sfregò gli occhi: era già sveglia da ore, non riusciva più a dormire e a restare a letto le sembrava di essere inutile, così era scesa in cucina.

Raccolse le maniche dell’abito verde fino ai gomiti e riprese in mano gli strumenti. In quello stesso istante udì il suono, forte come l'abbattersi di un’ascia sul tetto. Sembravano pietre scagliate contro il legno della casa. Si guardò attorno spaventata e lasciò cadere tazza e coltello a terra. Salì le scale di corsa mentre il legno sotto i suoi passi cigolava. Raggiunse la sua stanza e si fermò davanti alla porta, indecisa sul da farsi. Poi passò oltre, raggiungendo la soffitta. Non riusciva neppure a sollevare la schiena tanto il soffitto era basso e fu costretta ad accucciarsi per non sbattere la testa. Raggiunse una finestra sbarrata da stecche di legno e lì si fermò, immobile, ascoltando qualsiasi rumore. Si avvicinò alla luce della finestra, osservando tra due assi la foresta vicina. All’improvviso, una macchia nera le venne incontro gracchiando. Keitha indietreggiò di colpo, inciampando su un vecchio baule. Si risollevò svelta e corse al piano inferiore, verso la stanza di fianco alla sua.

«Padre!» gridò spalancando la porta di colpo e dirigendosi verso il grande letto che, ormai da anni, l'uomo non condivideva con nessuno. «Padre, svegliati!». Keitha lo scosse. Aros si sedette gemendo. «Che succede? Perché sei ancora sveglia?». Le appoggiò un mano sulla guancia. Il rumore continuò più forte di prima, come un tuono, come grandine. L’uomo sbadigliò. «Cos’è tutto questo baccano? Non riesco a...». Keitha lo interruppe. «Ascolta» sussurrò. Aros rimase fermo in silenzio, la testa piegata su un lato per ascoltare meglio e spalancò gli occhi di colpo. Si alzò dal letto e afferrò un braccio della figlia, guidandola verso la porta. «Corri!». Scesero le scale saltando uno o due gradini e rischiando di cadere almeno un paio di volte. «Ma che succede, padre?» chiedeva Keitha in continuazione, ma lui non le dava alcuna risposta, limitandosi a gridarle di correre più svelta.

Raggiunsero la sala centrale della taverna attraversandola veloci, i tavoli lunghi strisciavano ai loro lati. Raggiunta la parete opposta, spalancarono la porta d’ingresso. In quello stesso momento una nera nuvola di uccelli sfiorò le loro teste. Keitha si accucciò a terra mentre il padre la proteggeva con la propria mole. «Andiamo. Al castello!». La prese per un braccio e l'aiutò a sollevarsi da terra. Imboccarono la via centrale di Lindon, correndo e unendosi ad altri cittadini che, altrettanto terrorizzati, cercavano di raggiungere al più presto la salvezza presso le mura del castello. Il popolo si riversò come un fiume in piena sul ponte levatoio che, sotto tutti quei passi, pareva che stesse per crollare da un momento all’altro. «Veloci, veloci!» gridavano le guardie nascoste nella penombra della roccia grigia e iniziando a manovrare la ruota di legno che sorreggeva le catene del ponte.

«Laggiù!». Indicarono loro una casa di pietra. Non era molto distante, ma Keitha e Aros avrebbero dovuto attraversare l’ampio cortile a cielo aperto sotto uno stormo di corvi che diventava sempre più grande. Si fermarono di colpo ancora protetti dall’ingresso di roccia. Osservarono il cielo, quasi sparito dietro le nubi nere e gracchianti che si avvicinavano. Poi lo udirono: un canto grave che proveniva dalla foresta. «Corri, Keitha, corri!» le gridava l’uomo nell’enorme folla che spintonava per guadagnare un posto di salvezza. «Aspetta, padre!». Le mani si separarono. La ragazza vide il volto di Aros allontanarsi tra teste e grida. «Padre!». Lo sentì chiamarla da lontano mentre si allontanava come un’onda portata via dal vento. «Keitha!». «Padre!». La voce lontana, ovattata, scomparve attutita dal rumore dei becchi sul legno e dalle urla di terrore. Keitha si fermò, perdendo di vista la casa. Troppa gente la circondava. Poi una sagoma nera le fu addosso, annerendo tutto ciò che aveva intorno. Anche i pianti e i canti, a quel punto, furono sostituiti da una calma oscurità.

I Capitolo

VOCI ALLA BROCCA BIANCA

«Tieni». Aros appoggiò un vassoio tondo carico di boccali sul bancone di legno di fronte a Keitha che, con aria assente, osservava il fuoco crepitare nel camino. «Ehi». Lei si voltò e l’uomo sorrise. «Se non fosse per altro, penserei che sei ancora stordita per questa mattina. Portali al tavolo là in fondo». Il padre allungò la mano verso il fondo della sala. Keitha sospirò e afferrò il vassoio. Passò accanto al fuoco, l’unica presenza di calore in quel buio e gelido mattino autunnale. Qualcuno, probabilmente un altro cliente, aprì la porta lasciando entrare una folata d’aria fredda. Keitha si fermò davanti al camino aspettando che le passassero i brividi di freddo. Non mi importa l’ordine, pensò. Non voglio morire congelata. Appoggiò la schiena alla parete di fianco alle braci e chiuse gli occhi.

Nonostante fosse mattino era già stanca: non solo non era riuscita a dormire quella notte, ma l’alba aveva portato con sé presagi inquietanti. I suoi pensieri furono interrotti bruscamente dalla voce di un uomo al tavolo vicino. «L’ultima volta che è accaduto» cominciò rauco «è stato più di dieci anni fa!». Keitha socchiuse gli occhi, interessata a quei discorsi, sperando di saperne di più su quei corvi e su quelle voci. «Già» confermò un altro osservando la ragazza che prontamente finse di controllare se alcuni clienti erano già andati via. «E ha portato morti e rovine, ricordate?». «Ma non è morta solo la madre di...?» chiese il compagno facendo un cenno con il mento in direzione del camino. Keitha sussultò capendo che stavano parlano di lei. I due uomini smisero di parlare quando vennero raggiunti da tre altri amici e cominciarono a ridere e a bere insieme. La ragazza si voltò. Sperava dicessero altro, ma cosa c’entrava sua madre? Suo padre le fece un cenno da lontano per sollecitarla a portare da bere al tavolo che l’aveva richiesto.

Si allontanò, delusa dal loro silenzio. Devono pur continuare il discorso. Al ritorno, si mise il vassoio di legno sotto il braccio e finse di sistemare le stoviglie sul camino, ascoltando. Un uomo la squadrò e lei fece finta di nulla. Questi continuò a parlare, avvicinandosi ai compagni. «Non ha fatto altro che danni. Ricordate quella donna? La moglie del taverniere». «Divorata dal fiume» commentò un altro, quasi sputando quelle parole. «Un'orribile morte!» aggiunse un terzo. «Ne racconta di storie chi ha provato l'esperienza, amici miei» assunse un tono da cantore. «Affondi nel buio ma la vedi, vedi la luce lassù, sempre più lontana. Arriva il momento che cerci di ucciderti, di porre fine a quella...». «Non pensiamoci». Un uomo barbuto alzò il boccale. «Alla vita!». «Alla vita!» conclusero gli altri ridendo. Nessun altro tornò sull’argomento.

Keitha appoggiò il vassoio sul bancone. «Padre, devo parlarti». Voleva sapere di più su tutte quelle storie che le sembravano non avere senso. «Ora, Keitha? Lo sai che quando lavoro non voglio essere disturbato. E poi tu non dovresti essere già da Leyre o preferisci che ti tolga il permesso?». Aros inarcò un sopracciglio. Keitha si ritrasse immediatamente. Ricordava benissimo quanti anni aveva sprecato per convincerlo a farle imparare il mestiere di Leyre. Non voleva lavorare in taverna, voleva essere una guaritrice.

Un attimo dopo la porta si spalancò, facendo entrare la luce accecante del sole autunnale, accompagnata dal primo freddo pungente. «Buongiorno, Keitha!» esclamò un giovane alto dai capelli lunghi e neri, il volto chiaro e allungato. Le si avvicinò togliendosi il mantello. «Pensavo fossi già andata». Le diede un pugno amichevole sulla spalla poi, quando Aros si voltò, la baciò. «Ciao, Larssen» lo salutò Keitha. Lui la prese per mano. «Allora? Andiamo?». Keitha annuì e prese una borsa di pelle scura da dietro l’angolo del corridoio che portava in cucina. Insieme si diressero verso l’uscita. Un attimo prima di andarsene, la ragazza si voltò, scambiando un’occhiata al padre che, rassegnato, annuì capendo ciò che voleva. «Quando torni» mimò con le labbra.

L’aria del mattino fece rabbrividire entrambi, che si strinsero l’uno all’altra imboccando la via principale di Lindon. Le alte case di legno passavano loro di fianco. Qualche abitante li salutò con un cenno mentre stendeva gli abiti bagnati fuori dalle finestre dei piani alti o gettava l’acqua di una bacinella sul ciglio della strada. «Ero preoccupato quando stamattina non ti ho vista da nessuna parte. Hai visto cosa è successo all’alba?» chiese Larssen osservando il cielo. Si chiuse il mantello e si infilò i guanti. «E come avrei potuto non vederlo?». «Già, gli Urlatori non passano mai inosservati, vero? Il pericolo è sempre dietro l’angolo». Il ragazzo ridacchiò. «Sì, mi dici sempre così. Ma hai parlato di Urlatori?». Lo fissò. «C’erano gli Urlatori qui? A Lindon?». Larssen si guardò attorno, osservando i volti della gente che sembrava fissarli, e abbassò la voce. «Parla piano» la rimproverò. «Sai che la gente non vuole sentire il loro nome». «Erano davvero qui?». Keitha non riusciva a credergli. Gli Urlatori erano sempre stati, per lei, una favola da raccontare accanto al fuoco, quasi una leggenda. «Sì» tagliò corto Larssen e osservò in alto, pensieroso. «Era da anni che non venivano. Non fanno altro che portare cattive nuove».

Sputò a terra e si baciò la mano rivolgendola al cielo. Keitha lo squadrò, poi scosse la testa e riprese a camminare: non le erano mai piaciute quelle superstizioni. Larssen la seguì. Quando arrivarono davanti alla casa della vecchia Leyre, i ragazzi si separarono con un bacio. Si sarebbero rivisti solo a pranzo, quando Keitha sarebbe tornata a lavorare alla Brocca Bianca e Larssen avrebbe finito l'apprendistato giornaliero con il padre, sua guida nel contorto mondo delle leggi e del potere. Suo padre era il Governatore di Lindon e, nonostante Larssen affermasse di non voler diventare un sovrano o un governatore, Keitha aveva notato che, in tutti quegli anni che lo conosceva, lui era cambiato. Entrata nella casa della guaritrice, Keitha venne pervasa immediatamente dal forte odore dell’incenso, mentre Leyre, come al solito, quasi non si accorse della sua presenza.

Era una donna bassa, anziana, le spalle ricurve per il peso degli anni. I capelli bianchi crescevano lunghi sotto una sciarpa che legava sotto il mento e, nonostante fossero nascosti dalle palpebre quasi sempre chiuse a causa dell’imminente cecità, i suoi occhi erano di un grigio intenso. «Buongiorno Leyre!». Keitha appoggiò la borsa su una sedia del tavolo ovale al centro della stanza buia. Le pareti erano ricoperte di erbe e radici messe a essiccare. Si sedette a osservò con attenzione l’intruglio che Leyre stava preparando, tamburellando con le dita sul legno. Poi le venne un’idea. «Posso chiederti una cosa?». La vecchia alzò gli occhi dalla ciotola e la squadrò, poi tornò sul suo lavoro bisbigliando appena un «Sì». Keitha non si fece scrupoli. «Chi sono gli Urlatori?». Per poco Leyre non lasciò cadere tutto quello che aveva tra le mani, saltò sulla sedia e sgranò gli occhi. «Keitha» la rimproverò «non dire mai più il loro nome a voce così alta».

La ragazza la osservava esterrefatta, non sapendo cosa pensare e, alla fine, sussurrò: «Mi dispiace». Leyre sospirò. «Non ho detto che non ti avrei risposto, cara». Avvicinò la sedia a Keitha e vi si accomodò sopra stringendosi nella mantella. «Ho detto solo di stare attenta». Fece un sorriso quasi impercettibile. Si schiarì la voce e chiuse gli occhi. «Gli Urlatori» bisbigliò «sono delle Creature della Notte. Si chiamano così a causa delle loro grida che, in realtà, sono canti e melodie. In questi canti, gli Urlatori riportano delle storie che usano per avvertire la gente e i villaggi di un imminente pericolo». Fece una pausa gettando alcune foglie secche giù dal tavolo, poi corrugò la fronte. «Nonostante questo, la gente di tutte le epoche passate li crede mostri a causa dei corvi che li precedono. Sai, mia cara? Non sono corvi normali, quelli là fuori». Indicò la finestra con un gesto della mano. «Lasciano una scia di magia dietro di loro, nera come le loro piume». La donna alzò le sopracciglia gesticolando. «Poveri corvi». Si abbandonò sullo schienale della sedia. «E pensare che fanno il loro dovere per avvisare la gente: distruggono legni e case per attirare l’attenzione». «Hai detto che gli Urlatori ci avvisano del pericolo». Leyre annuì. «Ma di che pericolo parli?». «Credi sia un’Urlatrice, cara? E poi, perché vuoi sapere così tante cose a riguardo? Hai intenzione di seguirli nel loro Convento?». Leyre rise alzandosi e dirigendosi verso una credenza, poi cominciò a frugarvi dentro.

Quindi gli Urlatori non sono malvagi, pensò Keitha. Ci avvisano del pericolo. Ma mia madre cosa c’entra con tutto questo? I suoi pensieri furono interrotti dalla voce della guaritrice, che tornò da lei con qualcosa tra le mani. «Nel caso ti servisse». Leyre allungò alla ragazza un piccolo volume dalla copertina scura e ruvida. Sopra vi era impressa una scritta a lettere dorate: Gli Urlatori. Keitha sorrise passando una mano sopra la copertina. «Grazie. Dove l’hai preso?». «Un tempo, mia cara, amavo passeggiare tra i boschi». La guaritrice aveva, come al solito, gli occhi chiusi, ma a Keitha parvero illuminarsi sotto le palpebre. «Mi sono imbattuta in uno di loro, una volta» sospirò «ma questa è una vecchia storia». Leyre voltò le spalle tornando alla credenza. Keitha rimase a fissarla. «Forza» concluse la donna. «Ripetimi quali sono le piante dalle migliori qualità rilassanti». Keitha nascose il libro nella borsa e ripeté ciò che la guaritrice le aveva chiesto, ma la sua mente era altrove: voleva saperne di più. Finalmente arrivò l’ora di pranzo e Keitha riuscì a uscire da quella buia casa in anticipo, dicendo a Leyre che avrebbe dovuto sbrigare qualche faccenda con suo padre. In realtà voleva restare sola con i propri pensieri.

Varcata la porta, la luce accecante del giorno le diede fastidio agli occhi. «Keitha!» la chiamò una voce da lontano. Lei mise a fuoco una figura che le veniva incontro, la mano alzata: Devan. Il ragazzo la raggiunse sorridente. I suoi occhi chiari brillavano nella luce del sole e i suoi capelli castani assumevano sfumature ramate a ogni movimento. «Hai già finito con mia madre?» le chiese. Keitha sbuffò. «Sì, non ho fatto molto, questa mattina». «Sempre meglio di niente. Prendi me: quanto avrei voluto imparare a essere un guaritore, ma lei ha sempre voluto che seguissi le orme di Larssen, diventando grande, potente. Insomma, mi hai visto?». Allargò le braccia. «Ti sembro un dominatore del mondo?». La ragazza rise. «No, non mi sembri affatto uno di loro».

All’ombra di un castagno nel grande parco al centro di Lindon, Larssen sistemò una pagina di appunti del padre e aprì il cesto del pranzo non appena vide Keitha arrivare da lontano tra i cespugli. Agitò una mano in segno di saluto. «Allora? Com’è andata?». Le passò una mela appena lei si avvicinò all’albero. «Oggi sembri strana, sovrappensiero». «Sì, lo so». Keitha si sedette sull’erba accanto a lui. Il prato era ancora verde, ma il freddo iniziava già a penetrare nelle ossa nonostante fossero le ore più calde della giornata. Finalmente le lezioni erano finite e, come ogni giorno, i due ragazzi pranzavano insieme prima di tornare a casa. Attorno a loro la folla fluiva poco a poco nelle vie di Lindon. «Sto pensando a mia madre» spiegò lei dando un morso al frutto. «Tua madre? Ma non l’hai neppure conosciuta!». «Sì che l’ho conosciuta!» sbottò. «Non posso pensare a lei una volta ogni tanto?».

Lui la fissò, lo sguardo incredulo. Keitha abbassò gli occhi. «Scusami, ho scoperto alcune cose che mio padre non mi ha mai detto». Larssen le si avvicinò e la prese tra le braccia. «Hai ragione a essere preoccupata. Io non ho provato nulla di tutto ciò, ma posso immaginarlo. Insomma, mia madre è come se non ci fosse neppure». «No, non puoi immaginarlo» sussurrò Keitha allontanandosi dalla sua presa, poi restò a osservare le nuvole bianche e passeggere mosse dal vento nel cielo dai colori spenti e ingrigiti presagio dall’inverno poco distante. Poi si alzò di colpo rovesciando il cestino del pranzo. «Ehi, che fai?» brontolò Larssen. Keitha raccolse la borsa di pelle e gli lanciò la mela, che il ragazzo afferrò al volo. «Vado a casa». «E me lo dici così, senza salutarmi neppure? E poi, dove devi andare con tanta fretta?». «Ho scoperto qualcosa di più riguardo mia madre e gli...». Keitha si guardò attorno e bisbigliò: «...gli Urlatori». Larssen scattò in piedi come punto da uno spillo. «Ma che dici? Cosa c’entrano loro?». «Leyre mi ha detto che non sono malvagi come crede la gente, sai».

Keitha era stupita. Pensava che una cosa del genere gli avrebbe fatto piacere, invece... «Non dire sciocchezze, Keitha. Non puoi dire una cosa simile, loro sono bestie, mostri, spettri...» «Smettila, Larssen!» sbottò Keitha. «Sono persone come noi». La sua voce rimbalzava tra le chiome degli alberi ormai pronti a perdere le loro foglie. «No che non lo sono! Ti proibisco di cercare altro, può essere pericoloso». «Pericoloso? E per chi?». Keitha non riusciva a capacitarsi di tutta quella agitazione. «No!». Larssen avanzava verso di lei fermo e deciso, gli occhi fissi nei suoi. «Se non smetterai di cercare da sola, ti costringerò io». «Cosa dici?» chiese Keitha, ma si interruppe immediatamente quando sentì il legno umido alle sue spalle, il tronco dell’albero le bloccava qualunque via di fuga, mentre le braccia di Larssen chiudevano i lati. «Cosa fai, intendi tenermi qui per sempre?» chiese la ragazza, le braccia incrociate. Ma lui non scherzava. «Se è necessario». Keitha lo spinse via. «Oh, ma smettila. Chi credi di essere, la mia guardia del corpo?». «Non voglio perderti per colpa di quei mostri!» gridò lui dando un pugno al tronco del castagno.

Keitha lo osservò un istante confusa dalla sua reazione. Poi perse la pazienza. «Innanzitutto tu non devi perdere né me né nessun altro, Larssen. E poi smettila di dire che sono mostri, perché sei tu una bestia quando ti arrabbi così, non loro!». Larssen corrugò la fronte e rimase immobile, osservando il pugno ancora appoggiato a quel legno. Poi lo allontanò lentamente. «Ora, se vuoi scusarmi». Keitha si avvicinò a lui veloce e lo baciò sulla guancia. «Devo andare. A domani» gridò dal ciglio della strada, poi sparì tra le case di legno. Ormai aveva un pensiero fisso in testa. Aveva perso anche troppo tempo. Sua madre era morta quando aveva solo quattro anni e, dopo quattordici anni, non sapeva ancora la verità. Dopo l’attacco degli Urlatori, le chiacchiere in taverna e ciò che Leyre le aveva confessato, ora doveva davvero saperne di più.

Spalancò di colpo la porta d’ingresso della Brocca Bianca. Tutti i clienti si voltarono e bofonchiarono qualcosa sotto i denti, poi tornarono ai loro discorsi di gruppo o ai loro pensieri in solitudine. Raggiunse il padre al bancone. «Sono tornata. Devo parlarti, è urgente». Aros sospirò. «E va bene». Uscì dal bancone e prese una sedia da un tavolino. «Vieni». Keitha esitò appoggiando la borsa a terra. «Stamattina...». Centinaia di dubbi la assillavano. Doveva dirglielo oppure no? Si decise: era suo padre, non un estraneo, ed era anche l’unico con cui potesse condividere quel genere di cose. Arrivò al dunque, non aveva molto tempo. Non appena qualcuno avesse varcato la porta d’ingresso, avrebbe dovuto mollare tutto di nuovo. «Stamattina ho sentito alcune cose sulla mamma». «E da chi avresti sentito queste cose?». La voce dell'uomo pareva irritata. «Qui dentro» tagliò corto Keitha. «Padre, che significa che è morta nel fiume durante l’arrivo degli Urlatori? Tu mi hai sempre detto che era caduta nei rovi della foresta». «Gli Urlatori?» la interruppe e le si avvicinò prendendole un braccio. «Dove hai sentito queste cose?» ripeté. «So benissimo chi sono». «Non nominarli!». Si guardò attorno schiarendosi la voce. «È così. Tua madre è morta durante l’ultimo attacco. È inciampata ed è stata inghiottita dal fiume». Si passò una mano sul volto sospirando. «Era una donna brava e buona, Keitha. Tuo nonno, invece, ha dato la colpa a me! Lui, che è diventato un mostro, che si è unito a loro!» gridò.  

Alcuni ospiti si voltarono. Keitha sgranò gli occhi. «E perché mai mio nonno si sarebbe unito a loro, se dici che sono così malvagi?». «Perché era un codardo, proprio come loro!» concluse l'uomo, i palmi delle mani schiacciati al tavolo. Sospirò chiudendo gli occhi, un istante, poi spiegò con più calma: «Non ha più voluto sapere nulla di nessuno, chiudendosi nelle quattro mura di quel Convento spettrale». Keitha rimase in silenzio a fissare il pavimento di legno sotto i suoi piedi, poi corrugò la fronte e chiese in un bisbiglio: «Perché io non ho mai saputo niente di tutto questo?». Sentiva lacrime calde, bollenti salirle agli occhi. «Non sono cose semplici da dire». «E in quattordici anni pensi che non sia stata in grado di ascoltare la verità?». La porta si aprì facendo entrare un cliente. «Devo andare, ora» concluse Aros. «Il discorso si chiude qui. Non era questo ciò che volevi sapere?». Si alzò sistemando la sedia sotto il tavolo. «Sì, ma...» le balenò in mente una strana idea. «Il nonno è ancora vivo, no? Posso andare a trovarlo?». Le si illuminarono gli occhi sperando di poter sapere di più. «No, non se ne parla neppure. Non so nemmeno se è ancora vivo e non capisco come tu faccia a sapere tutte queste cose!». Keitha non rispose. Se lui avesse saputo che era stata Leyre a dirle ogni cosa e a darle addirittura un libro riguardo gli Urlatori, non le avrebbe più permesso di imparare il mestiere che lei tanto amava. Avrebbe desiderato dire a suo padre che era stata Leyre: non voleva avere segreti. Ma non poteva sprecare l’ultimo anno di apprendistato, altrimenti avrebbe perso tutto.

«Loro non fanno altro che portare cattive notizie, cattive come le anime imprigionate in quei corpi famelici. Da sempre è stato così. Così è ora. E così sarà sempre». «Padre, io non credo che...». «Keitha, basta». L'uomo colpì il legno con una mano. «Non nominarli più. Il discorso è chiuso». Si allontanò. «Ma non credo che siano malvagi come pensi! Mio nonno non sarebbe mai andato con loro se fossero stati crudeli!». Lui non si voltò. Keitha si appoggiò allo schienale della sedia di vimini e sospirò incrociando le braccia. Aveva la sensazione che le nascondesse altro, dopotutto il suo sguardo era rimasto basso e la voce esitante. E se non fosse stata tutta la verità? Perché non la considerava in grado di capire ogni cosa? Aveva diciotto anni, non era più una bambina. Io voglio solo delle risposte! Si alzò e uscì dalla porta sul retro, sbucando nel giardino dall’erba ancora alta, ma secca e arida. Si sedette sui gradini di pietra e appoggiò il mento sulle ginocchia, tamburellando le dita sui sassi, osservando la foresta a Nord. Vorrei solo sapere dove vivono e incontrarli, di sicuro sapranno darmi le risposte che cerco.

Si ricordò del libro solo in quel momento, quando sfiorò qualcosa rettangolare nella borsa che ancora teneva al collo. Si accertò che nessuno fosse nei paraggi, lo prese tra le mani e aprì la prima pagina ingiallita e rovinata. Le lettere sbiadite si leggevano a fatica. Solo una frase si decifrava bene: A Leyre. Non volle soffermarsi, dopotutto non erano affari suoi, anche se si chiese quale strana storia avesse quel libro. Ma andò oltre, leggendo l’indice. Passò un dito sull’elenco finché non giunse alla voce «abitazione» e raggiunse la pagina indicata. Cominciò a leggere. Il luogo di abitazione degli Urlatori si trova nella foresta del Nord. Su una collina si trova una grande costruzione nascosta dagli alberi, proseguendo dritto poco lontano da Lindon. La loro dimora prende il nome di Convento, in quanto i propri abitanti vi si rinchiudono e comunicano con il Male o entità a esso connesse. La ragazza chiuse il libro con uno scatto e lo ripose nella borsa, convinta di sapere tutto ciò che le serviva. Poi nascose la sacca tra i pezzi di legno per il camino e alcuni cespugli. Lanciò uno sguardo a Nord. Il cielo si offuscava, coperto da una grigia coltre di nubi. Là, nascosta tra le piante, c’era una collina. E su di essa, come uno spettro nascosto tra gli alberi, c’era il Convento degli Urlatori, così aveva letto.

Là c’erano le risposte che cercava. Là avrebbe trovato qualcuno disposto a dirle la verità. Riaprì piano la porta cigolante e osservò suo padre immerso in una conversazione con un gruppo di uomini. La richiuse sorridendo tra sé, consapevole di disobbedire agli ordini. Mai come quel giorno l’aveva fatto, ma se nessuno le raccontava la verità se la sarebbe cercata da sola. Sorrideva ancora quando udì il vento frusciare tra gli alberi che oscillavano lenti, come mossi da un’onda invisibile. A passo svelto, andò verso Nord, camminando attraverso il piccolo prato che divideva la sua casa dal limitare della foresta. Superò il torrente punteggiato di massi saltandovi sopra. Raggiunte le prime piante guardò indietro e vide la fioca luce del fuoco dalle finestre della Brocca Bianca brillare alle ultime luci del giorno. Per un attimo si chiese cosa stesse facendo: disubbidire a suo padre era un grave errore, ma non se ne curò quando abbassò lo sguardo e si trovò di fronte un sentiero coperto di rami e foglie secche. Si chinò e le spostò delicatamente con la mano. Nessuna orma, nessuna impronta che potesse rassicurarla. Una folata di vento si insinuò tra i suoi capelli e la costrinse a chiudersi il mantello grigio sul collo e a indossare il cappuccio. Sospirò facendosi coraggio e avanzò esitante.

Nelle storie che ascoltava da piccola, aveva sempre sentito dire che gli Urlatori vivevano nei boschi, ma credeva fosse solo una storia per spaventare i bambini. Adesso non aveva più paura, o forse ne aveva ancora? Rabbrividì. Nulla avrebbe potuto fermarla prima di avere ottenuto quello che voleva sapere. Il terreno sotto i suoi piedi cominciò a inclinarsi finché si ritrovò a salire su una piccola collina. Era la strada giusta. Perché deve costringermi a pensarla come lui? Non capiva di cosa avesse paura suo padre. Scosse la testa. Nonostante gli Urlatori avessero un’aria spettrale, Keitha non li temeva affatto, al contrario di suo padre e Larssen. Li aveva sempre creduti coraggiosi, scaltri, sicuri in ogni cosa, ma si era sbagliata: erano conigli. Li amava, certo, ma a volte proprio non li capiva. Perché, poi, non dovrei neppure pronunciare il loro nome? La salita aumentò assieme al vento.

È così superstizioso, così ingiusto. Ora basta. «Urlatori!» gridò verso le ombre calanti della sera. «Io non temo il vostro nome e neppure voi». Le parole si gettavano nella notte con tale foga che neppure lei se ne rendeva conto. «Mi avete sentito? Urlatori!». «Chi è là?» domandò una voce. Una sagoma nera, illuminata da una torcia rossa che teneva tra le mani, si fece largo nell’oscurità. Illuminato da quell’unica luce nel buio, il suo volto assumeva strane ombre contorte, facendolo sembrare un mostro. Oh, no. Cosa ho fatto? si disse Keitha cominciando a indietreggiare di alcuni passi. No, in effetti quell’ombra non assomigliava per niente agli altri uomini, quelli che lei conosceva. Cosa avrebbe fatto, ora? I suoi piedi percorsero solo alcuni passi, poi dietro di lei incontrò il vuoto: un precipizio. Barcollò sul bordo e perse l’equilibrio gridando, rendendosi conto che stava cadendo solo quando non aveva più terreno sotto i piedi. «Attenta!» intervenne ancora quella voce correndole incontro, squarciando la notte come un velo. Ma il buio la inghiottì nella sua morsa cieca senza che nessuno potesse fare qualcosa per evitarlo.

* * *

"IL POTERE DELLA FENICE" di Ilaria Damiani - Ed.I Doni Delle Muse -

Caro Lettore,

Arrivederci al prossimo appuntamento letterario.

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