" ARRIVERA' UN BAMBINO DI LUCE " di Manuel Pomaro

Un romanzo fantascientifico intriso di azione e pathos,una continua lotta per la salvezza del mondo dove forze sovrumane si scontreranno fino all'ultimo colpo,fin quando la luce non avrà la meglio sulle oscure tenebre.

| di Raffaella Lamastra
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BIOGRAFIA AUTORE

Manuel Pomaro, classe 1980, è nato in un piccolo comune della provincia di Padova, dove tutt’ora vive e lavora. Titolare di un’azienda tessile, passa il suo tempo libero tra il cinema, i libri e la scrittura. Ama in particolar modo il filone fantascientifico americano, da cui trae ispirazione per la sua prima opera, Ieri Irreale, pubblicato con Arduino Sacco Editore. Successivamente abbandona per un po’ quel genere narrativo e si ispira al romanzo rosa per la sua seconda opera, Il sentiero che conduce a casa, edito da Rei Editore. Nell’ultima sua opera, intitolata Arriverà un bambino di luce e pubblicata con egoEdizioni di David and Matthaus, racconta una storia di alieni, mescolando fatti di fantasia a episodi che gli ufologi ritengono veritieri, spaziando fra passato, presente e futuro. Nello stesso periodo pubblica “Il giorno che andrà tutto bene” in formato e-book su Amazon.

PRESENTAZIONE

"Arriverà un bambino di luce” è l’ultimo romanzo dell’autore Manuel Pomaro edito da Ego Edizioni di David and Matthaus; genere fantascientifico. In questo romanzo l’autore ci porta in una realtà misteriosa legata al triangolo delle bermuda, luogo da sempre legato a misteri ed enigmi mai risolti, inerenti a sparizioni e fatti inspiegabili.Siamo nel 2010, Daniel è il protagonista di questa storia, che vive la sua quotidianità con l’incubo che lo tortura dall’infanzia, quando suo fratello di cinque anni scompare misteriosamente. Vede sempre il suo viso, a ogni angolo di città e a ogni ora del giorno, il volto di quel bambino gli appare per chiedergli aiuto.

Un giorno decide che deve fare qualcosa e, con molto coraggio, decide di imbarcarsi su una nave che lo porta al Triangolo delle Bermuda. Giunto sul luogo, scoprirà una verità che sconvolge la sua vita: trova il fratello Timothy che lavora nelle vesti di Faccendiere, una figura che lavora al servizio di esseri alieni che agiscono nell’ombra con l’intento di conquistare la Terra. In concomitanza a questi eventi, compare la figura di Jacobs Morris, un giovane studioso che ha scoperto l’esistenza di un virus che sta uccidendo tutte le donne: questo è il primo passo degli alieni contro gli umani, sterminare le donne per sottomettere il genere umano. In questa sua ultima opera - Arriverà un bambino di luce – l’autore spazia tra eventi di fantasia e ipotesi veritiere studiate dagli ufologi, che varcano la soglia temporale: attraversa il passato, per poi inoltrarsi nel presente e addentrarsi nel futuro.

Buona Lettura...

ARRIVERA' UN BAMBINO DI LUCE

INTRODUZIONE

Eppure ci credevamo speciali, pensavamo di essere unici. Ci vantavamo di essere una civiltà evoluta al di sopra di tutte le altre. Ma il nostro unico scopo era inventare modi sempre più avanzati di eliminarci a vicenda e di imporci sui nostri simili. Io credo che, dopotutto, pure la nostra civiltà, così come la conosciamo, arriverà ad un punto morto com’è successo a molte altre… Anno 2010. Anche quel giorno la pioggia scendeva fitta e non dava segno di smettere. Era mattino presto e in un piccolo villaggio vicino a Philadelphia dormivano quasi tutti. L’unico ad essere già sveglio era Daniel Hyde, il quale non era abituato a dormire molto, visto che i suoi incubi lo tormentavano quasi tutte le notti. Ora stava guardando fuori dalla finestra, anche se non c’era molto da vedere poiché la pioggia cadeva talmente fitta da nascondere tutto il paesaggio. Con una mano toccò il vetro che nel frattempo si era appannato e si mise a fissare le goccioline che scivolavano velocemente su di esso. Dalle lenzuola del suo letto sbucavano due gambe dalla pelle morbida: era Rebecca, che aveva passato la notte da lui.

Alla ragazza era sembrato più agitato del solito, così aveva deciso di non lasciarlo solo. Stava dormendo tutta scomposta, ma non ci volle molto perché aprisse piano gli occhi e mettesse a fuoco Daniel che era voltato di spalle. - Non riesci a dormire?- Gli chiese con la voce ancora assonnata. Daniel senza voltarsi fece cenno di no con la testa. - I tuoi incubi ti perseguitano ancora?- Questa volta la sua risposta fu affermativa. - Ascolta Daniel quand’è che riuscirai a superare questa storia? Mi sembra di aver già fatto questo discorso un milione di volte, ma tu non mi ascolti e fai di testa tua. La devi smettere di torturarti in questo modo!- - Non si era mai detto che perché vengo a letto con te devo per forza dimenticarlo… solo per farti star bene nei momenti in cui stiamo insieme… solo per farti un favore!- A quelle parole Rebecca s’irrigidì. - Ma che diavolo stai dicendo?! Non permetterti mai più di parlarmi in questo modo!- Daniel non badò minimamente a quello che gli aveva appena detto e non badò nemmeno al fatto che si era rivestita di fretta e aveva lasciato la sua casa. Era troppo concentrato nei suoi pensieri, troppo invaso dalla tristezza e dalla malinconia. Era arrivato a trentacinque anni, ma sempre con un peso sulla coscienza.

CAPITOLO 1

Era trascorso quasi un anno da quando i suoi incubi lo venivano a tormentare anche da sveglio. Una tarda notte stava rientrando a casa con alcuni amici che, come al solito erano abbastanza allegri dopo una birra di troppo. Ma lui, sempre “sulle sue”, aveva quell’aria di depresso incurabile. Stavano camminando all’aria aperta, quando Daniel diventò strano: si guardava attorno come se stesse aspettando che accadesse qualcosa. A un certo punto i suoi amici lo videro mettersi a correre, come se fosse spaventato da qualcosa che si stava avvicinando da dietro e, preoccupati dal suo comportamento, lo rincorsero. Purtroppo, non riuscirono a raggiungerlo. Lo chiamarono più volte gridando il suo nome, ma era come se non potesse sentirli. Dopo qualche ricerca, fu Steve, il suo migliore amico, che lo ritrovò davanti casa, rannicchiato per terra mentre piangeva e sudava copiosamente. Allora Steve si sedette per terra vicino a lui e, con tono amichevole, gli chiese: - Daniel, che è successo? Ti abbiamo visto scappare in quel modo e ci siamo preoccupati…- Daniel in preda ad una crisi gli rispose: - C’è un bambino… un bambino che mi rincorre tutte le volte che appare! Quando meno me l’aspetto, me lo trovo dietro… me lo trovo lì che piange, che soffre. E mi rincorre e mi chiama per nome. È spaventato e cerca il mio aiuto, ma io non so come darglielo… non so cosa fare… allora io scappo perché so che è colpa mia, è mia la causa della sua sofferenza!-

Steve ascoltava incredulo quelle parole e, non avendo capito che cosa cercava di dirgli il suo amico, gli chiese:- Ma poco fa per quale motivo sei scappato?- - Te l’ho appena detto, non hai ascoltato una parola? Ero inseguito da quel bambino! - rispose Daniel spazientito. Steve sgranò gli occhi e guardò il suo amico come se fosse in preda ad un delirio. Poi si guardò attorno, come se fosse disorientato. Tornò a guardare Daniel e molto delicatamente gli disse:- Daniel, io e gli altri non abbiamo visto nessun bambino…- Ma Daniel sembrava non dargli ascolto, e Steve cercò di lasciar perdere quel discorso. - Daniel, vieni che ti accompagno in casa, qui fuori fa freddo…- E cercò di aiutarlo ad alzarsi da terra tirandolo per un braccio. Ma Daniel staccò bruscamente la mano del suo amico che lo cingeva e gli rispose:- Sapevo che nemmeno tu mi avresti capito, nessuno mi capirà mai!- - Oh sì che capisco Daniel, capisco e come: questa sera abbiamo alzato un po’ il gomito e abbiamo tutti bisogno di dormire. - - Tu non comprendi nulla di me e dei miei problemi! - E dicendo così, Daniel entrò in casa e si buttò vestito sul letto, addormentandosi quasi subito per il troppo alcool che aveva in corpo. Steve, che era rimasto fuori ad aspettare che il suo amico fosse rientrato in casa, si voltò verso gli altri suoi compagni che, arrivati poco dopo, erano riusciti ad ascoltare un bel pezzo di conversazione. Guardandoli, alzò le spalle, come a dire che non ci aveva capito niente.

Il giorno dopo Steve se ne stava seduto nel più vicino bar di casa a sorseggiare una bevanda. Ogni tanto guardava l’orologio appeso alla parete: erano le 7:30 della sera e Rebecca doveva aver appena finito di lavorare.  Sedute ai tavoli, non c’erano molte persone: il vecchio Jack con il suo solito bicchiere di vino fra le mani e con l’espressione malinconica di quando ripensava alla sua gioventù; il signor Ronald che, come ogni sera, dopo il lavoro, si fermava in quel locale e se ne tornava a casa sbronzo all’ora di cena, per poi litigare con sua moglie; infine c’era la signorina Emily che stava parlando animatamente con un ragazzo mai visto prima: sicuramente proveniva da fuori città, dove la ragazza andava all’università a studiare. La porta si aprì e Steve vide finalmente arrivare Rebecca, che indossava il suo impermeabile sciupato e aveva raccolto in una coda i suoi lunghi capelli castani. Steve aveva sempre avuto un debole per lei, ma, dopotutto, chi non l’avrebbe avuto? si chiedeva. Lei che era così alta e snella, con il viso privo d’imperfezioni e gli occhi del colore dell’oceano, sicuramente faceva girare la testa ad un sacco di uomini. Ma da quando aveva sentito che Daniel provava gli stessi sentimenti, non aveva più osato guardarla negli occhi, per timore di fare un torto all’amico.

- Sono arrivata appena ho potuto… - disse Rebecca, togliendosi l’impermeabile e accomodandosi sulla sedia. - Di cosa dovevi parlarmi? Dalla voce al telefono mi sembravi molto preoccupato. - Steve fece girare fra le mani il bicchiere che era sul tavolo e lo osservava come incantato, ma invece stava cercando le parole che, come ogni volta, aveva difficoltà a tirar fuori. Era sempre stato una persona timida e per lui era difficile esprimere i suoi pensieri. - Devo parlarti assolutamente di Daniel…- Si sforzò di dire. - Come saprai, ieri sera siamo usciti con un po’ di amici. Abbiamo passato una bella serata e sembrava che tutto andasse bene, fino a quando Daniel si è messo a correre come un pazzo e lo abbiamo perso. Lo raggiunsi davanti casa che era in uno stato pietoso e mi raccontò di una strana storia su un bambino. Ora, non sono sicuro di ciò che ho capito, anche perché era tarda notte ed ero molto stanco, ma mi ha fatto paura il modo in cui me l’ha raccontata. Vedi, l’ho visto talmente convinto e impaurito che non sono più riuscito a pensare ad altro tutto il giorno. È per questo che ti ho chiamata.-

Rebecca ascoltò tutto quello che Steve aveva da dirle, poi si portò una mano alla fronte e scosse la testa. - Sapevo che alla fine sarebbe peggiorato, era solo questione di tempo e i suoi incubi sarebbero venuti a cercarlo con più frequenza…- Mentre lei parlava, Steve ascoltava quelle parole con aria incredula e senza batter ciglio. Più parole sentiva su quella storia e meno riusciva a capirci qualcosa. Rebecca alzò lo sguardo e continuò a confidarsi:- Vedi, Daniel sta molto male in quest’ultimo periodo: tutta la vita si è sentito colpevole per quel fatto che entrambi sappiamo. E ora credo, anzi sono sicura che stia peggiorando. Non dorme più la notte e si sta allontanando da tutti, forse anche dal mondo reale… mi sembra che non riesca più a distinguere ciò che è vero da quello che non lo è!- A quel punto Steve mise la sua mano su quella di Rebecca:- Non ti preoccupare, sai che puoi sempre contare su di me… per qualsiasi cosa, non so se mi spiego…- Lei tirò indietro la mano e se la mise sull’altra, quasi avesse paura che Steve gliela rubasse. Lo guardò un po’ spaesata e gli chiese:- In che modo potrei contare su di te?- Steve vide uno spiraglio nella conversazione e tirò fuori quel poco coraggio che gli rimaneva:- Beh credo che tu ti sia accorta già da qualche tempo che io provo qualcosa nei tuoi confronti…- Rebecca si alzò in piedi irritata e rispose:- Questa conversazione non ha mai avuto luogo ed io oggi non ti ho visto!-

Si rimise l’impermeabile e Steve stava quasi per alzarsi e allungare il braccio per afferrarla: voleva almeno spiegarle che lei aveva frainteso o che lui non si era spiegato come voleva. Ma non ebbe il coraggio e dopo che lei fu uscita, si chiese per quale motivo lui aveva voluto rovinare tutto in quel modo. D'altronde in fondo a se stesso sapeva benissimo che Rebecca non avrebbe lasciato Daniel per nulla al mondo e si sentiva quasi un verme per aver approfittato del malessere di Daniel per provarci proprio con la sua ragazza. Camminando per strada sotto la pioggia e tenendosi avvolta nell’impermeabile, Rebecca stava pensando a quella strana conversazione. - Quello scemo di Steve: si finge nostro amico per poi provarci con me… mi invita al bar con la scusa di essere preoccupato per Daniel, per poi fare quello che ha fatto…- Ripensando all’accaduto, si trovò senza accorgersene davanti casa, entrò e non parlò mai con Daniel di questo episodio, anche se, da quel momento, i suoi rapporti con Steve divennero più tesi.

Circa una settimana più tardi Daniel stava camminando per il villaggio con le mani in tasca e la testa bassa. Addosso si sentiva tutta la disperazione di un uomo che capisce di star andando inevitabilmente verso la pazzia. Anche se stava tornando dal lavoro e aveva i crampi dalla fame, non aveva voglia di tornare a casa subito. Voleva concedersi un po’ di tempo per tenere libera la mente dai pensieri. Se fosse tornato a casa, forse avrebbe trovato Rebecca che con il suo sguardo indagatore, avrebbe cercato di capire se lui mostrava ancora qualche segno di demenza e se stava per esplodere. Mentre attraversava la strada, gli sembrò di sentire qualcuno pronunciare il suo nome, ma non ne era del tutto sicuro dato che quella voce proveniva da lontano e quindi poteva anche essersi confuso. Ma a poco a poco la voce si avvicinò e lui la sentì più chiara, capendo le parole che diceva:- Daniel… Daniel…- Il volto di Daniel diventò improvvisamente bianco e nella sua espressione si poteva intravvedere la paura. Si voltò lentamente e lo vide di nuovo… quel bambino… lo vide che correva ancora una volta verso di lui e che implorava aiuto, gli occhi avvolti dalle lacrime. - Daniel… Daniel, ti prego aiutami! Non lasciarmi solo ancora una volta…- Senza pensarci minimamente, Daniel si mise a correre, urlando più volte:- Lasciami in pace, non è colpa mia!- Ma quel piccolo bambino era sempre dietro di lui; per quanto Daniel corresse, ogni volta che si voltava, lo vedeva sempre più vicino. Il fiato ormai cominciava a mancargli e Daniel, stanco di correre, si guardò in giro senza sapere che fare.

Per fortuna, vide davanti a sé un negozio di generi alimentari che aveva ancora le luci accese e, speranzoso di trovare un attimo di riposo, si diresse da quella parte, accelerando il passo. Entrò di corsa e richiudendo la porta con forza, si mise di spalle e tentò di tenerla sbarrata con il proprio corpo, come se i suoi demoni lo potessero seguire anche lì dentro. Respirando affannosamente, alzò lo sguardo, accorgendosi che gli ultimi clienti ed il cassiere lo stavano guardando, forse chiedendosi quali problemi potesse avere per piombare con quella furia all’interno di quel negozio. Sentendosi osservato, Daniel si ricompose, cercò di moderare il fiatone e andò verso il frigo per prendersi una bottiglia di acqua, tanto per non dare l’impressione di essere entrato per niente. Arrivato alla cassa, prese dalla tasca un paio di monete e, mentre stava per pagare, si accorse che il cassiere lo stava ancora osservando come se provenisse da un altro pianeta. Preso il resto, Daniel ringraziò, poi, aperta la bottiglia, iniziò a berne un po’ di sorsi, assaporando quell’acqua fresca.

Intanto guardava in ogni direzione, per vedere fuori dalla vetrina se il bambino era ancora nei paraggi. La via sembrava libera, così si decise ad uscire, ma una volta fuori volse lo sguardo alla sua destra. Il bambino era ancora lì ad aspettarlo, singhiozzando ripetutamente. Daniel curvò la schiena e, con tutto il fiato che gli rimaneva in corpo, urlò:- Che cosa vuoi da me?- Ma il bambino non gli rispose, lo teneva solo fisso con lo sguardo. Daniel buttò per terra la bottiglia con violenza e corse di nuovo, inseguito continuamente dal bambino. Corse fino a quando non capì di essere ormai arrivato davanti casa, fece le scale e dopo essersi chiuso all’interno, si accasciò per terra dicendo in continuazione:- Non è stata colpa mia! – E continuando a ripetere queste parole, la sua mente tornò indietro nel tempo, ad un episodio particolare della sua vita. I suoi ricordi erano ancora talmente vividi, che gli sembrava di rivivere ancora una volta quel fatto spiacevole e assurdo: Sono quasi le otto di sera: Daniel e Timothy stanno giocando davanti casa.

Entrambi i fratelli hanno i capelli biondi e le guance rosse per gli sforzi compiuti durante il gioco. Il primo ha nove anni, mentre il secondo ne ha cinque. Quando Daniel sente che il campanile suona otto rintocchi si blocca e smette di badare a suo fratello. Timothy non capisce che Daniel non ha più voglia di giocare e insiste perché questo lo badi ancora come stava facendo prima. Ma Daniel gli risponde:- Il campanile ha suonato le otto di sera…- - E allora che vuol dire?! Dai lanciami la palla!- - No, dobbiamo tornare in casa.- Timothy lo tira per il braccio nel tentativo di convincerlo a giocare un altro po’, ma Daniel lo ferma e gli dice:- No, non ti ricordi cosa ci ha raccontato il nonno? Quando la sera il campanile suona otto rintocchi, dobbiamo essere in casa, perché passa un vecchio uomo in bicicletta che rapisce tutti i bambini che sono in strada…- - E tu credi ancora alle storie che racconta il nonno? Sei proprio uno scemo!- - Non a tutte le storie, ma solo a questa!- - Dai, lasciami la palla, me ne starò qui a giocare da solo.- - Fai come vuoi, io me ne torno dentro casa.- Gli disse Daniel stizzito che entrò in casa seguito dalle parole sbeffeggianti di suo fratello.

Dopo alcuni minuti, Daniel si sentì in colpa per aver lasciato fuori da solo suo fratello più piccolo ed uscì per richiamarlo, ma giunto in giardino vide che Timothy stava in strada a parlare con un signore che avrà avuto una sessantina d’anni. Parlava al fratello con il volto rassicurante di chi è una persona dolce, ma i suoi occhi erano quelli del diavolo. Era sceso dalla vecchia bicicletta con cui era arrivato e poteva sentire la puzza dei vecchi stracci che indossava arrivare fino a lui. Daniel si era nascosto dietro un albero e osservava pietrificato tutta la scena; sapeva benissimo che se fosse uscito allo scoperto, il vecchio avrebbe rapito pure lui. Sarebbe potuto andare a chiamare aiuto, ma non riusciva a muoversi dalla paura di essere preso da quell’essere malefico. Vide Timothy lasciare a terra il pallone e salire in bicicletta con quell’uomo. La figura di suo fratello che se ne andava con quel signore sempre più lontano non l’abbandonò per tutta la vita e fu la causa di tutte le sue più grandi paure.

CAPITOLO 2

Nel lettino dello studio del dottor Campbell c’era uno strano individuo di nome Charles Moore. Quest’uomo si stava sfogando raccontando una strana storia, che però aveva molti particolari simili alla storia di Daniel. Visto il peso di troppo accumulato negli anni di depressione, Charles usciva quasi tutte le sere per fare jogging. Da un po’ di tempo, però, ci rinunciava a causa di strani incontri, anzi di un solo strano incontro che si ripeteva più volte: era spesso seguito da una bambina che in preda alle lacrime gli chiedeva aiuto. Charles era convinto che si trattasse di sua sorella minore che era stata rapita all’età di cinque anni; la somiglianza era notevole ai suoi occhi, ma l’unica spiegazione che era in grado di darsi era che stava per impazzire. D'altronde come poteva lui stesso avere quasi quarant’anni, mentre sua sorella dimostrarne ancora cinque? Com’era possibile che sua sorella non fosse cresciuta? Il dottor Campbell, laureato in psichiatria, gli spiegò che le sue allucinazioni erano causate dal suo senso di colpa, poiché Charles pensava che fosse stata colpa sua il motivo del rapimento della sorella.

Era stata affidata alle sue attenzioni dai loro genitori mentre uscivano per andare al lavoro. Ma lui non aveva voglia di stare tutto il giorno appiccicato a quella marmocchia, dopotutto che se ne occupassero loro! Purtroppo, quando verso sera uscì in giardino, non trovò più sua sorella. Gli sembrò strano: l’aveva lasciata solo per pochi minuti per guardare il suo programma televisivo preferito e le disse che poiché era una bella giornata poteva stare fuori un po’ di più per giocare. Ma quando non la vide, iniziò a preoccuparsi, dato che sua sorella non si allontanava mai da sola. La chiamò più di una volta: -Pamela! Pamela!- Ma senza aver alcuna risposta. Uscì per strada e nemmeno facendo il giro di tutto il vicinato riuscì a trovarla. Chiese ai passanti se per caso l’avessero vista, ma tutti negarono. Da quel giorno non vide mai più Pamela e per questo si sentì sempre responsabile della sua scomparsa. Il dottor Arthur Campbell era pensieroso nel suo studio e accarezzandosi la barba stava ripensando alla giornata trascorsa.

Era seduto nella poltrona di pelle nera che, essendo estate, gli faceva sudare tutto il corpo. Il suo studio era situato in un palazzo antico in centro città e in quel momento era immerso nell’oscurità poiché Arthur non aveva voglia di alzarsi per accendere la luce. Non che fosse una persona pigra, anzi il suo corpo era ben curato e tenuto in allenamento da qualche ora di palestra trascorsa nella pausa pranzo. A lui non piaceva che il suo corpo decadesse, era uno di quegli eterni giovani che, anche se erano sposati da parecchi anni, non si lasciavano sfuggire qualche scappatella. Aveva ormai capito che il motivo per cui rimaneva con sua moglie era soltanto per abitudine; d'altronde lei non faceva nulla per riaccendere in lui il desiderio di possederla. Così da un po’ di tempo Arthur aveva iniziato a praticare sport e a fare qualche incontro interessante con persone dell’altro sesso. Questi incontri contribuivano alla sua tecnica per sentirsi ancora giovane. Forse dentro di lui aveva paura di invecchiare, ma le sue amichette che gli sculettavano dietro, gli facevano ancora sentire il brivido della caccia.

In quel momento stava ancora ripensando al caso del signor Moore: le allucinazioni descritte in maniera così reale erano preoccupanti, e ancora più preoccupante, che nascessero dal suo senso di colpa. Spesso molti suicidi riguardavano persone che, con il carattere troppo debole, non riuscivano a superare un determinato episodio. Questa storia lo riportava ad un altro caso analogo che aveva seguito qualche anno prima, quello di una ragazza che era andata in cura da lui per aver perso il figlio. Si alzò e andò ad accendere la luce per cercare nello scaffale alcuni vecchi appunti e li trovò in mezzo ad altre scartoffie. - Dovrò prendermi una segretaria più precisa!- Si disse. Andò a sedersi con il fascicolo in mano, dopodiché lo aprì davanti a sé. La ragazza si chiamava Sophia e all’epoca aveva ventisei anni. Dalla foto si notava subito che aveva dei bei lineamenti e una pelle abbronzata e liscia. Era castana con i capelli corti. Arthur diede un’occhiata alle prime pagine degli appunti, dove non c’erano scritte molte cose interessanti: dopotutto ci vogliono alcune sedute di terapia prima che un paziente riesca ad aprirsi con un perfetto estraneo.

La ragazza era stata sposata per un paio di anni con un suo coetaneo e da quest’unione era nato un figlio: Jonas. Sophia precedentemente al matrimonio non aveva avuto vita facile: durante l’infanzia si erano manifestati dei problemi di salute ed era andata spesso per ospedali. Il suo migliore amico l’aveva seguita e le era stato accanto nel suo calvario, così si era sentita in obbligo di sposarlo: essendo una bella ragazza, lui le aveva subito fatto la proposta di matrimonio e lei, secondo sua coscienza, dovette accettare. Dopo circa due anni di matrimonio nacque un figlio e per Sophia fu la cosa più bella del mondo. Tutt’altra cosa pensò suo marito che, con l’arrivo del bambino si vide levare la maggior parte delle attenzioni e così andò a cercarsele in altri letti. Sophia grazie a conoscenti, iniziò a scoprire le scappatelle del marito che non faceva nulla per nascondersi da occhi indiscreti. Così dopo l’ennesimo tradimento decise di cacciare il marito di casa e di divorziare. Essendo però una famiglia non benestante, Sophia faticava a sbarcare il lunario. Durante la causa, il marito le disse che se gli avesse chiesto i soldi per gli alimenti, avrebbe ucciso lei e il loro figlio. Così Sophia, terrorizzata a morte, non pretese nulla e decise di andare a trovare lavoro il più lontano possibile.

Ci volle un po’ prima che riuscisse ad ambientarsi poiché sapeva benissimo che per un bel pò di anni non avrebbe più rivisto il suo bambino. Non avrebbe potuto sostenere ancora una volta i costi del viaggio. Più di qualche notte l’aveva passata a piangere sul cuscino per la mancanza di suo figlio: avrebbe tanto voluto abbracciarlo e vederlo crescere. Così si diede da fare e lavorò sodo, mettendo da parte centesimo su centesimo, mandando ogni fine mese quello che poteva a casa della madre, dove aveva lasciato in custodia il piccolo. A poco servivano le foto che ritraevano suo figlio crescere, foto che la madre riusciva a far avere a Sophia; lei vedeva soltanto che il suo bambino cresceva solo. Sembrava che il suo intento di dare da lontano una vita migliore a suo figlio stesse per funzionare, ma un giorno che il telefono squillò ebbe una brutta notizia: era sua madre che le raccontò di essere andata al Luna Park con Jonas. Aveva fatto parecchi giri in giostra ed era anche salito con alcuni suoi amici che conosceva perché erano vicini di casa. Tornati dal Luna Park, si mise a cercare le chiavi nella borsa, mentre Jonas giocava rumorosamente con un giocattolo comprato in una bancarella. Quando la nonna di Jonas trovò le chiavi, aprì la porta e nel voltarsi per farlo entrare in casa si accorse che era sparito. Non vedendolo entrò subito nel panico dalla preoccupazione e lo cercò per più di un’ora, pensando che fosse scappato dai vicini. Non trovandolo nelle immediate vicinanze, si rese conto che era scomparso o che qualcuno doveva averlo rapito ed ebbe un malore. Fu chiamata la polizia, le ricerche continuarono parecchi giorni, ma non ebbero alcun esito positivo.

Sophia tornò immediatamente a casa e aspettò ogni giorno con ansia che arrivasse la telefonata di qualcuno che avesse notizie di suo figlio, ma a poco a poco le speranze si affievolirono. I telegiornali davano ogni giorno la solita notizia della scomparsa e del punto in cui si trovavano le ricerche. Anche se nel giorno della sua scomparsa Jonas non era con lei, Sophia se ne ritenne sempre responsabile: se lei fosse rimasta a casa dal lavoro per accudirlo fino a quando avesse avuto qualche anno in più, tutto questo non sarebbe successo e ora lei avrebbe potuto averlo ancora al suo fianco per abbracciarlo e stringerlo a sé. Ma ogni giorno in più che trascorreva era un giorno in meno in cui lei avrebbe potuto abbracciarlo. Aveva deciso di andare da Arthur Campbell dopo che il peso della sua colpa era divenuto insostenibile. Durante le sedute di terapia Sophia scoppiava spesso in pianti convulsi ed Arthur era costretto a sospendere, capendo che in quei frangenti non avrebbe tirato fuori altri elementi. Come nel caso di Charles Moore, anche Sophia gli aveva confidato che da qualche tempo era perseguitata da (come la definiva lei) una strana presenza: durante la notte si svegliava di soprassalto dopo aver sognato il figlio e nell’oscurità vedeva davanti al suo letto un’entità buia.

Provava a schiarirsi gli occhi, a mettersi gli occhiali e a guardare meglio: l’ombra o l’entità era sempre davanti al letto, come se volesse vegliare su di lei. La presenza era bassa e piccola come un bambino di pochi anni di età e Sophia ne fu molto sconvolta quando una notte, appena svegliata e non del tutto vigile, si sentì sussurrare dolcemente:- Mamma!- A quel sussurro, lei accese di scatto la luce, spaventata come non mai e quando la luce invase la stanza, non c’era più traccia dell’entità. Quando chiese spiegazione ad Arthur non sapendo se in quei momenti si trattasse di sogno o di realtà, lui le spiegò che erano casi normali, quando una persona non riesce a rendersi conto che non ha nulla a che fare con la perdita di una persona cara. Dopo un po’ di tempo non ebbe più notizie di Sophia, come se da quelle sedute non trovasse alcun giovamento. Ma ora, dopo due casi identici di persone scomparse, oltretutto con forti analogie, si chiedeva come dovesse classificare queste comunanze: com’era possibile che due persone, a distanza di anni, presentassero sintomi quasi identici?

Era notevolmente concentrato in quei casi, quando lo squillo del telefono lo destò. Prese il ricevitore e se lo portò all’orecchio: dall’altra parte dell’apparecchio c’era un medico dell’ospedale che gli disse di aver bisogno di una sua consulenza. Arthur gli rispose che l’indomani si sarebbe recato all’ospedale il prima possibile, ma il medico gli chiese se poteva dirigersi subito nella struttura perché era un caso assolutamente urgente. Pieno di interrogativi, Arthur si diresse all’ospedale, dove fu subito ricevuto dal medico che l’aveva contattato. Lo salutò cordialmente e con una cartella fra le mani gli propose l’urgente caso, dirigendosi nel frattempo di fronte ad una camera. - Dottor Campbell, alle 18.30 circa di questa sera ci è stato portato questo paziente dalla polizia. Lo avevano trovato che vagava senza vestiti per il centro città. Quando hanno tentato di arrestarlo, ci sono voluti quattro agenti per immobilizzarlo, era sotto shock e presentava varie ferite ed escoriazioni. Da alcune analisi abbiamo dedotto che i vestiti gli si sono bruciati addosso e non avendo alcun documento, non siamo in grado di dire come si chiami o da dove provenga. Ci aspettavamo che fosse lei a riuscire a darci qualche informazione in più. Se volesse stare qualche minuto con lui, le saremo molto grati. Finora non siamo stati in grado di dedurne nulla poiché dice cose incomprensibili…- - Ok, posso provarci. Se mi lasciate solo con lui, vedrò di tirarne fuori un profilo.- - Ma certamente, io nel frattempo finisco il mio giro.-

Arthur entrò cauto nella stanza e si prese una sedia portandola di fronte al letto, in mano il suo blocco di appunti. L’uomo che era disteso sul letto aveva il respiro affannoso e guardava da tutt’altra parte con lo sguardo perso nel vuoto. - Sono il dottor Campbell. Capirò perfettamente se lei non vorrà parlare con me, ma vorrei fare chiarezza sugli avvenimenti di questa sera… sa dirmi il suo nome e cosa ci faceva nudo per strada?- Il paziente voltò d’un tratto il capo ed esclamò:- C’è una falla nel sistema ed io l’ho trovata!- - Quale falla? Di che sistema sta parlando?- - Dicono che una volta entrati non si possa tornare indietro, ma io ho trovato un punto di passaggio e ce l’ho fatta!- - Veda di essere più chiaro per favore, altrimenti non riuscirò a capirci nulla…- Il paziente tornò ancora a guardare negli occhi Arthur. - A me non interessa se lei non riesce a capire! Sono anni che cercano di assoldare più gente possibile portandoci dall’altra parte. Ma ora che io ce l’ho fatta ad uscire, devo solo togliermi dalla circolazione!- - Quando dice “togliermi dalla circolazione” cosa intende? Forse che vorrebbe suicidarsi?- - Ma che razza di psichiatra è lei? Devo solo sparire per un po’, così loro si dimenticheranno di me. Dicono che hanno bisogno di me, ma io non ci sto, rivoglio la mia vita!-

Dopo una lunga conversazione, Arthur capì che non sarebbe riuscito a carpire nessun’altra informazione e se ne tornò stanco a casa da sua moglie. Il giorno dopo Arthur era di nuovo al lavoro e guardava l’orologio attendendo che arrivasse il suo prossimo paziente, quando sentì bussare alla porta. - Avanti. - Disse, convinto che a bussare fosse il paziente che aspettava. Dalla porta entrarono due uomini vestiti elegantemente che guardavano Arthur con sguardo di circospezione. - In che cosa posso aiutarvi?- - Dottor Campbell, lei ha avuto contatti con un nostro sospettato. Siamo venuti nel suo studio appena abbiamo saputo di questo spiacevole fatto. Visto l’inconveniente, noi desideriamo che lei ci dia una mano a sapere tutto ciò che quel paziente ha fatto nei due mesi appena trascorsi!- Disse uno di loro con molta flemma. - Scusate, ma voi chi siete? Non mi è permesso parlare delle persone che seguo.- L’uomo a cui Arthur si rivolse estrasse un distintivo e, mostrandoglielo, spiegò:- Facciamo parte di una sottosezione dell’ FBI.- - Di che paziente si tratta? Non capisco bene la situazione…- - Ieri, a tarda serata, lei ha avuto una seduta con un individuo pericoloso… sappiamo però che non ha ancora preso in mano il caso.- Arthur si alzò in piedi e andò incontro ai signori. - Ah adesso è tutto più chiaro… beh se è per questo credo che voi vi troviate nel posto sbagliato, come avete già detto quello non è un mio paziente… devo ancora decidere se accettare il caso…- L’uomo che non aveva ancora parlato prese Arthur per la camicia e lo strattonò dicendo:- Allora lo faccia diventare suo se non vuol passare dei guai!- - Scusi il mio collega, ma andiamo molto di fretta. Per la sua incolumità veda se riesce a farci sapere come ha fatto a scappare e ad arrivare fin da voi!- - E’ una minaccia?- - Che cos’altro le sembra?- E detto questo i due uomini se ne andarono dalla stanza. Arthur rimase alcuni minuti nella posizione in cui si trovava per rimettere a posto la mente dopo quello strano incontro.

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" ARRIVERA' UN BAMBINO DI LUCE " di Manuel Pomaro - Ego Edizioni di David and Matthaus -

Caro Lettore,

arrivederci al prossimo appuntamento letterario.

Raffaella Lamastra

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