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"La Dittatura Dello Zero Assoluto" di Michele Marca

In un futuro non ben definito, dove l'umanità è stata sottomessa, dove libertà di parola, pensiero e diritto alla vita vengono messi in discussione, se non violati

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BIOGRAFIA AUTORE

Michele Marca , 22 anni,  vive nel piccolo borgo di Bagolino, paesino sperduto tra i monti bresciani della Val Sabbia.  Appassionato di storia e letteratura.   Il libro "La dittatura dello zero assoluto", è la sua  prima opera.


PRESENTAZIONE

Caro Lettore,

La Dittatura dello zero assoluto è ambientato in un futuro non ben definito, in un'epoca distopica, dove l'umanità è stata sottomessa ad una spietata dittatura, dove libertà di parola, di pensiero, e lo stesso diritto alla vita, vengono prepotentemente messi in discussione, se non violati.

 In un luogo sperduto, in un segretissimo carcere, sei prigionieri sono stati rinchiusi all'interno di celle fatte di specchi infrangibili, imprigionati nella più completa solitudine, imbottiti di cocktail di psicofarmaci e soggetti ad ogni tipo di abuso.

 I carcerati verranno sottoposti dal capo del carcere, un uomo che indossa una maschera bianca e che si fa chiamare il "Burattinaio", ad una sadica prova per aver salva la vita. In uno spietato turbinio di atrocità psicologiche, ai prigionieri verrà imposto dalle assurde guardie del carcere di scrivere una storia a testa nell'arco di sei sessioni di prova, alla fine delle quali, solo uno di essi avrà salva la vita, colui che avrà scritto il racconto migliore.

 Un viaggio nella mente umana e nei suoi più bui e reconditi anfratti, una visione onirica e disturbante che spaventa e fa riflettere il lettore, facendolo immedesimare in un mondo immaginario, ma spaventosamente verosimile.


Buona lettura...

Capitolo 5: Turno quarto

Gli esuli dell’umanità erano immersi nella morbida follia della loro nuova dimora, alcuni di loro più di una volta cercarono di rompere quegli specchi che li separavano dal mondo che li aveva ripudiati, estirpati dal proprio grembo, abbandonati al peggiore dei destini, ma la rassegnazione era ormai una costante negli sguardi di quelle ombre stipate nelle scatole riflettenti. Non esisteva modo di morire o di rivivere fuggendo, la loro unica possibilità era giocare, divenire pedine della scacchiera in cui erano stati posizionati e tentare di non essere mangiati dai loro simili, l’unica cosa che contava veramente era scrivere, sorprendere un mostro con una mostruosità ancor più grande.

Dei rumorosi e rugginosi auto parlanti, posizionati in qualche nascosto angolo dello stanzone iniziarono a emettere il suono di uno scroscio di pioggia che poco a poco aumentò di intensità, fino a diventare assordante e fastidioso, le luci iniziarono a simulare dei lampi, scanditi con veloce frequenza, come una luce stroboscopica. In un fulmineo istante di pace, ad un cliente del carcere sembrò di intravedere qualcosa penzolar dal soffitto, e dopo alcune ore di luci, tuoni e pioggia i suoi dubbi vennero dissolti, i fari si bloccarono per permettere di veder quale nuova tortura psicologica era stata preparata. Un centinaio di manichini cadevano impiccati dal soffitto, gli inanimati piedi sfioravano il pavimento ciondolando come sospinti da una flebile corrente, le braccia cadevano malinconiche conserte sul ventre, ogni penzolante stringeva un oggetto fra le mani, chi un libro, chi un piccolo televisore e chi sul fondo stringeva un antico simbolo religioso di legno a forma di croce.

Per i carcerati non fu difficile individuare chi li avrebbe introdotti alla nuova prova, una slanciata figura appariva in antitesi con i manichini, anch’essa appesa al soffitto, dondolava accanto a loro con la medesima malinconia. Il tratto caratteristico della sua maschera erano delle grandi orecchie ornate da moltissimi anelli e da lobi orribilmente sfondati, indossava una leggera tunica di lino bianca quasi trasparente, che lasciava intravedere le sue forme femminili, formose e seducenti.

Ci vollero diversi minuti prima che proferisse parola alcuna, ma quando iniziò a muovere le labbra nascoste sotto la maschera, i cuori dei carcerati tremarono per un breve istante, la voce più dolce che avessero mai sentito li stava condannando ancora una volta: «io sono il verbo dell’anima che risiede nel fondo di chi ha sempre desiderato gettar la propria vita al vento, sono il giocattolo che ha stancato il bambino, sono gli occhi dei vostri cari che spirano in silenzio dinnanzi a voi, io sono colei che potete chiamare Disperazione. In vita siete stati tutti come me, avete scialacquato i vostri denari, ma siete stati arcigni per i sentimenti, avete lasciato battere il vostro cuore senza mai dargli voce, siete stati avari di terra, ne avete voluta sempre più per non aver mai quella che vi spettava, ditemi, voi, o miei padroni, quanta carne costa un metro di terra? I cento uomini appesi alle mie spalle sarebbero un pegno adeguato?»

La donna allungò un braccio e si avvicinò uno dei manichini, con grande delicatezza si alzò la maschera fin poco sotto il naso, scoprendo due meravigliose e carnose labbra, rosse come l’amore che un uomo avrebbe potuto provar per lei, avvicinò la mano al viso del manichino, e ne levò l’involucro che ne ricopriva il cranio. Al di sotto vi era il viso di una giovane persona, ormai in avanzato stato di decomposizione, Disperazione, senza esitare, baciò il morto con grande passione, estraendogli dalla bocca un dado, che poi sputò sul pavimento. Quelli alle sue spalle erano cadaveri appesi, persone senza storia, senza nome, impiccati lì solo per compiacere uno dei boia di quella assurda prigione.

Uno dei malcapitati diede di stomaco non sopportando quella vista, Disperazione si ricompose la maschera e disse: «il mio amato ha tre ore per scrivere, troverà un corpo nella sua stanza, all’interno del ventre troverà l’occorrente per scrivere.» Lo stesso rituale della tempesta simulata che ne decretò la comparsa accompagno anche la scomparsa di Disperazione

Come in ogni prova tutti furono sedati, una donna al risveglio dal suo torpore trovò quello che temeva. Un grasso cadavere di un uomo era nella sua cella, la fissava con uno sguardo fossile, senza più vita ne anima, con le membra sparse per la stanza. Il ventre del cadavere era pieno fino all’orlo di penne e fogli, pronti ad accogliere il racconto della carcerata.


LA DITTATURA DELLO ZERO ASSOLUTO

Cosa è veramente l’essere umano? materia? viscere e sangue? nulla di tutto questo. L’essere umano è un nodo gordiano di sentimenti e idee talmente intricati e incomprensibili, che con disarmante semplicità può essere sgrovigliato da un processo funzionale come la morte. Il cessar della pulsazione cardiaca non può però vantarsi dell’estinzione dell’ideale, che è l’unione tra l’idea e il sentimento, cioè quando l’umano si disgrega da massa informe per creare una sfera ai suoi occhi perfetta, in grado di sopravvivere per secoli se giustamente alimentata. L’ideale è l’arma più scabrosa in possesso dell’umile, più si cerca di spezzarla più diventa resistente, più si cerca di penetrarla più la sua maglia protettiva si restringe fino a diventare un vallo contro cui scagliare il proprio inerme cranio per la disperazione. Ogni invettiva per disfarsene viene spazzata via dalla foga scaturita dallo stesso assalitore come un vento burrascoso.

Se un ideale scompare, è solamente in cerca di nuovo terreno mentale fertile da coltivare per ripagare l’arrovellamento celebrale del suo ideatore, pronto a rivalersi su di chi ha voluto tentar di inabissarlo eliminandolo assieme ai suoi assistenti.

Quando ormai quella piccola bestia ha deposto le sue uova nell’encefalo, prende possesso della vitalità dell’ospitante, ed ogni azione diventa soggetta al raggiungimento dello scopo. Sovente lo si perde di vista e lascia solo una vaga memoria che porta l’amaro in bocca, ma nel vostro animo è più vivo che mai, e vi utilizza come una marionetta a suo piacimento. Quando un ideale si espande a sufficienza assume vita propria, e si pone come burattinaio a comando delle sue schiere, tutti i nostri simili ne sono inermi e questo è il racconto di uno di noi.

Non citerò la sua provenienza o il suo sesso, e nemmeno l’ideale che persegue, potete pensare che questo personaggio sia un essere incorporeo che mai occuperà uno spazio del mondo, oppure potete trovare il coraggio di scavare nei meandri più profondi del vostro cuore e capire che siete voi medesimi. Il personaggio di cui state per leggere è vittima della sua società e delle sue ingiustizie, se anche voi siete oppressi dal fardello di una condizione sociale soffocante, in verità vi dico che potreste chiamarvi fratelli.

Odio la città e quel fetore non definito che ti avvolge come un velo che lentamente ti intossica, molti riescono ad abituarsi ad esso dopo poco tempo, ma non io.

Vivo in questo incubo per necessità lavorative, per guadagnarmi un tozzo di pane, ma sovente vorrei abbandonare tutto, lasciandomi ogni cosa alle spalle, appallottolare la mia esistenza come una cartaccia e gettarla in qualche scura discarica non curandomi più del suo esito. Ma mio malgrado, è uno dei tanti sogni che affliggono la mia mente già troppo occupata dalla maniacalità che mi domina. Le diaboliche abitudini di questa città sono tutte dannatamente identiche, in ogni angolo, si intravedono mendicanti che elemosinano un denaro per pagarsi il pane o una dose, non che il loro fine ultimo abbia molta importanza. Ho sempre provato una sorta di compassione per la loro miseria e l’abbandono a cui sono costretti, visti gli aiuti inesistenti di questo governo corrotto.

Essi vagano per le strade come fantasmi corporei, le cui voci ci paiono distanti e insignificanti, portandoci a voltare il capo in un'altra direzione qualora li intravediamo. Le tristi e buie pareti dei palazzi sono adornate con totale assenza di estetica da insegne pubblicitarie e mega schermi 3D che sponsorizzano congegni machiavellici, senza una vera e propria utilità, che verranno dimenticati non appena fuori di moda o sorpassati tecnologicamente. Di mia volontà mai vorrei attraversare queste strade che mi ricordano il fiume Stigie, ma la mia occupazione me lo impone. Ogni passo fa sobbalzare il terrore, il costante terrore che mi avvinghia in questo luogo, ma non posso concedermi il lusso di lasciar trasparire il mio stato emotivo, devo apparire come loro, come quella sotto specie di umani che aprirebbero la mia gola per qualche spicciolo.

La paura ha un essenza propria che loro possono percepire ed assaporare prima di renderti cadavere. Finalmente dopo un periodo che ogni giorno mi pare infinito, riesco a raggiungere il mio appartamento, che se pur può apparire folle è uno dei massimi raggiungimenti della mia esistenza. Ad occhio comune può apparire come un classico bilocale, mentre a vista mia appare come una delizia per la mia anima. L’ambiente predominante è la cucina-sala da pranzo l’arredamento è scarno ed essenziale senza una particolare inclinazione verso nessuno stile. Ma è nella camera da letto che è racchiuso il mio vero paradiso, le pareti sono interamente ricoperti da libri di ogni genere ed interesse, la mia maniacalità mi spinge a collezionarne un numero infinito e sempre maggiore, estrapolando da ogni singolo tomo la sua essenza di sapere.

Il soffitto è tinteggiato di un intenso blu cielo, su cui ho minuziosamente affrescato tutte le maggiori costellazioni, amo i corpi celesti, anche se solo una volta ebbi la fortuna di vederli. Mi sostenevo a mala pena sulle mie gambe quando i miei genitori mi portarono in campagna per ripulire i miei teneri polmoni, se ben per un breve periodo l’infinità della potenza di quegli astri mi illuminò lo spirito. Ho cercato a lungo di riprodurre quella sensazione, ho tentato con l’alcool, le droghe, il sesso, ma nulla si è mai avvicinato a quella primordiale sensazione che provai. Il mio cuore si restringe come se volesse implodere ogni volta che porto alla mente quei momenti, una nebbia malsana e blasfema ricopre questo fottuto luogo precludendo la vista al cielo e costringendomi ad abbassare lo sguardo verso questa sciatta razza, dimenticata dai suoi meschini dei.

Lunedì ore 6:00

Dopo molti anni provo un certo fervore nel dirigermi al lavoro, i taglienti sguardi della gente non mi preoccupano minimamente, come invece avviene di solito. Per la prima volta nella mia vita sarò io a gettare sgomento, una settimana fa nel quartiere povero hanno cominciato a cacciare la gente di casa, la nuova ondata di tasse per finanziare il conflitto voluto contro i terroristi del medio oriente ha impedito ad un numero enorme di famiglie di pagare l’affitto, avrei voluto cavarmi gli occhi nel momento in cui appiccarono fuoco nel cortile a tutti i miei libri, pure la mia laurea fini lì in mezzo, impregnata del mio sudore di anni di disperato studio.

Ho cercato il candore delle mie stelle ma mi è stato negato ancora una volta, il mio inconscio ha voluto punirmi per qualche peccato a me sconosciuto, facendomi alzare lo sguardo ad un cielo anch’esso ormai disperso. Quando le fiamme hanno divampato dalla carta, dalla mia bocca non un solo suono è riuscito ad emergere, inghiottito da un pozzo nero di silenziosa disperazione, il colore del nulla riempiva il mio sguardo in quell’istante, mentre mi ergevo in silenzioso lutto dinnanzi alla devastazione. Ho riflettuto a lungo, e ho capito di dover trovar una nuova direzione, era ora di applicare quello che i libri mi avevano insegnato, era ora di portare la buona novella alla prole urbana, il mio ideale stava per essere partorito. Oggi il mio lavoro sarà più interessante del solito, ed il suo prodotto sarà più utile che mai, sarà su ogni copertina e riempirà ogni bocca di frasi e congetture, prosciugherà l’abisso che divide il cogitare l’azione e l’istinto di compierla, non ci saranno libri che inneggeranno il mio nome nel loro titolo, ma la mia opera ne sarà per sempre protagonista.

 

5 minuti e 48 secondi … odio aspettare.

 

E’ da quando sono al mondo che sono impaziente, vivo muovendomi, la mia stessa esistenza mi rincorre, non ho mai vissuto staticamente, sempre ad amare, pensare, produrre, sognare, tutto in un fiato, come una sorsata di pessimo whiskey ingurgitato con furia come per nascondere il peccato appena commesso.

Credo che questo mondo non abbia mai veramente fatto per me, è tutto dannatamente plastico e stereotipato da darmi la nausea. Quello che ho sempre voluto è stato vivere, ma ovviamente non come lo intendono quei relitti umani  segregati nei loro formicai di color fuliggine, simile al loro animo.

Forse sono uno di loro, ma non ho mai avuto il coraggio di ammetterlo, o forse sono l’unico umano a non essere uno di loro, arrancano fino alla morte lamentandosi  della società in cui vivono e l’unica cosa che cambieranno nella loro esistenza sarà un fottuto canale  tv, zombie dinnanzi a schermi che vomitano nei loro crani stronzate e falsità.

 

4 minuti e 30 secondi

Il tempo sembra rallentato, si prende beffa di me, oppure anch’esso è soggetto a qualche forza superiore?

Sappiamo usare il tempo a nostro piacimento, possiamo permetterci di sprecarlo, ma quando è finito ne vogliamo altro, non lo capiamo e non tentiamo nemmeno di farlo, è un vizio della nostra razza a quanto pare.

 

3 minuti e 9 secondi

Il battito del mio cuore assume il ritmo della lancetta dell’orologio, mille pensieri si combattono fra di loro fin che uno storto sorriso mi apre il volto come una lama poco affilata, con costante lentezza  riaffiora il ricordo delle immagini delle teste di cuoio che combattevano contro i rivoltosi in un turbinio di corpi, ossa, sangue, puro istinto animale resuscitato dalla nostra più profonda natura, i miei occhi al tempo si infervorarono di  sanguinaria passione fin che non constatai che tutto era nato per un incontro sportivo dalle sorti sfortunate. Desiderai con tutto il mio spirito che fossero tutti annegati nel mare di corruzione che dominava la loro passione, che se pur palese, li rendeva ciechi dinnanzi ad essa, per rendere più piacente lo spettacolo.

 

2 minuti e 18 secondi

Sbrigati inutile pendola, accelera i tuoi ingranaggi, infiamma le lancette del tuo quadrante e sazia la mia pantagruelica impazienza.

 

2 minuti

Gli occhi mi dolgono, anni in biblioteche ad alimentare il mio cervello e infine ritrovarmi in un oscuro magazzino per guadagnarmi il pane hanno danneggiato la mia vista.

Avrei dovuto fare come un mio caro amico di infanzia, forse non così caro, visto che non ne rammento nemmeno il nome, si è votato a due pezzi di legno legati assieme, il suo principale è una persona davvero divertente, racconta storia su un hippy e proclama di voler sanare la povertà del mondo,

quando non si separa da un solo suo denaro.

 

1 minuto e 12 secondi

 

Vaffanculo

 

60 secondi

 

Vorrei esplodere in una risata, ma ancora per un minuto non posso far baccano, dopo di che tutto il globo mi udirà, resterà in silenzio dinnanzi alla mia luce e sarà accecato dalla mia sinfonia, solo una nota imponente e scintillante.

 

5 secondi

 

Non saranno 100kg di tritolo a cambiare il mondo nel momento in cui polverizzeranno i capi del nostro mondo, ma la convinzione che la forza di un uomo e delle sue idee possono, si!

 

0

 

La luce, la fine, l’inizio


"LA DITTATURA DELLO ZERO ASSOLUTO" di MICHELE MARCA - ERETICA EDIZIONI

Caro lettore, arrivederci al prossimo appuntamento letterario.

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