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"ATTESA" DI IRENE MILANI

Perché nessuno legge Romeo e Giulietta? Non sanno che chi si ama veramente fa di tutto per superare ostacoli e vincoli?

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BIOGRAFIA AUTRICE

Irene Milani, nata a Milano nel 1977, si è diplomata al liceo Scientifico,  al termine del quale ha studiato Conservazione dei Beni culturali all’Università di Parma, conseguendo la laurea nell’indirizzo archeologico. Dopo il matrimonio si è trasferita in provincia di Como, dove abita tutt’ora.

Professoressa di italiano in una scuola media.  Mamma di Mattia e Stella, di nove e tre anni.  Il suo primo romanzo “Il Ritratto” pubblicato dalla casa  editrice Lettere Animate.  “Attesa” la sua ultima opera letteraria.

PRESENTAZIONE

Caro Lettore,

perché nessuno legge Romeo e Giulietta? Non sanno che chi si ama veramente fa di tutto per superare ostacoli e vincoli? Perché bisogna sempre arrivare alla tragedia?  Cosa devono sopportare due quasi ventenni normali per poter vivere una storia d’amore osteggiata dalle famiglie e da tutti quelli che li circondano? Quanto tempo deve passare perché le ferite del passato vengano sanate?  Tristan e Isolde, come due personaggi di una tragedia Shakespeariana, moderni Romeo e Giulietta proveranno sulla loro pelle quanto il rancore e la vendetta siano difficili da sradicare, con Manfred, il fratello di lui, come unico alleato.

Con l’inizio dell’Università Isolde e Tristan portano avanti, tra mille problemi e imprevisti, la loro storia clandestina. I due ragazzi vivono la situazione con sentimenti contrapposti: lui caricandosi di sensi di colpa per gli eventi del passato e per le sofferenze che provoca a Isolde, lei alternando ottimismo e sfiducia.

 L’unico possibile alleato pare essere il fratello di lui, Manfred. Nonostante i buoni propositi i due non riescono a trovare il coraggio per manifestare pubblicamente il proprio legame per paura delle reazioni dei familiari, finché un evento tragico permetterà l’ufficializzazione del legame tra i due giovani che finalmente potranno vivere il loro amore alla luce del sole, senza più temere i fantasmi del passato.

Buona lettura…
 


Capitolo 1: Nuovo inizio

Nonostante tutti i miei buoni propositi di cambiarla, la sveglia spaccatimpani stava suonando imperterrita, catapultandomi dal mondo dei sogni a quello reale. Quella mattina però, ventinove settembre, i due mondi mi sembravano quasi indistinguibili; era il primo giorno di università il che significava che, d’ora in avanti, tutti i giorni avrei potuto vedere Tristan e passare un po’ di tempo con lui.

Certo, mai quanto avrei voluto, ma sarebbe stato sicuramente meglio che continuare a sentirci esclusivamente tramite sms o brevi telefonate di nascosto da tutti! Ero stata io a convincerlo che portare avanti clandestinamente la nostra relazione segreta fosse la cosa migliore per tutti, sia noi che le nostre famiglie; questo ci aveva portato a dover prestare attenzione ad ogni piccolo dettaglio e a comportarci con la massima circospezione, al limite della paranoia. Avevamo attivato delle promozioni che ci permettevano di parlare gratis, per evitare che i miei nonni o i suoi genitori si insospettissero per l’improvviso aumento del costo delle nostre ricariche: già perché purtroppo non esistevano ancora smartphone e applicazioni per chattare gratuitamente dal cellulare e i messaggini erano il modo più veloce e diretto per comunicare!

Purtroppo avevamo scoperto di essere due moderni Romeo e Giulietta, nonostante ci chiamassimo Tristan e Isolde come i protagonisti di un altro dramma d’amore, a causa di un odio ultra cinquantennale che divideva le nostre famiglie e di cui io ero completamente all’oscuro prima di incontrarlo. Mio nonno, il mio nonno biologico, era stato ucciso in una strage nazista alla quale aveva partecipato suo nonno, nonché vicino di casa, cosa che in un piccolo paese non era di poco conto.

Era quindi impossibile per noi addirittura nominare l’altro davanti ai nostri familiari. Ci eravamo innamorati subito: per qualche motivo inspiegabile il destino aveva fatto sì che lui, rientrato dalla Germania dopo anni di “esilio”, capitasse proprio nella mia classe.

Il nostro primo incontro era stato ancora più misterioso: camminando in un bosco vicino casa ero giunta in una radura, proprio il luogo in cui mio nonno era stato arrestato e avevo disegnato un ritratto in cui sedevo vicina ad un ragazzo sconosciuto; solo il giorno successivo avevo scoperto che il viso del giovane apparteneva a lui, mio nuovo compagno di scuola.

Era seguito un periodo di reciproca attrazione, condizionata dal fatto che lui sapeva chi ero io e quindi tentava di tenermi a distanza, ma eravamo entrambi troppo coinvolti per ignorare i reciproci sentimenti. La scoperta della verità sul passato mio e della mia famiglia non era riuscita a cancellare quello che provavo per lui, non stante il tentativo di mettermi con Christopher per cercare di dimenticare quella storia impossibile. Il risultato era stato disastroso: il mio ragazzo mi aveva presa in giro e tradita, tutto per una banale scommessa tra amici.

Finalmente, ai primi di settembre, era arrivato il lieto fine: io avevo lasciato Christopher e Tristan aveva confessato di avermi sempre amata.

Ma torniamo a quella mattina di fine settembre: spenta la sveglia mi alzai rapidamente e di buon umore. Il tempo di fare colazione poi, alla stazione di Lavis, il paese dove vivevo con i miei nonni dopo la separazione dei miei genitori, lo avrei rivisto!

Erano tre settimane che attendevo quel momento! Mi mancava da morire il suo viso dolce, il profumo della sua pelle: per fortuna a breve l’attesa sarebbe finita. Sorrisi pensando ad un termine particolare che aveva usato la sera prima, durante una delle nostre chiacchierate serali clandestine: vorfreude, letteralmente pre-gioia, è il termine che in tedesco si usa per indicare la felicità dell’attesa. Un po’ quello che il nostro caro Leopardi voleva comunicare nella meravigliosa poesia Il sabato del villaggio, quando scriveva “questo di sette è il più gradito giorno, pien di speme e di gioia” il tutto condensato in un’unica parola che sintetizzava alla perfezione i miei sentimenti in quel momento. Speravo che “diman tristezza e noia” non fosse il caso nostro, come invece profetizzava il poeta.

Mi riscossi dai miei pensieri: ero stupita di ricordare ancora perfettamente a memoria tutto il testo della poesia, soprattutto in un momento come quello in cui la letteratura era l’ultimo dei miei problemi! D’altra parte proprio la tesina su Leopardi e il Romanticismo era stata l’occasione che, l’anno precedente, mi aveva permesso di stare sola con Tristan e di scoprire la verità sulla mia famiglia. Mi guardai rapidamente allo specchio: i capelli neri e corti, nel mio solito taglio spettinato, circondavano il viso ancora un po’ abbronzato. Decisi di concedermi un velo di trucco in onore del mio ragazzo, cosa che facevo assai di rado.

            “Sarà meglio che mi sbrighi – pensavo mentre, dopo aver indossato jeans e un maglioncino, controllavo la borsa che avrei preso per il primo giorno di università di Bolzano, facoltà di Arte e Design – non voglio farlo aspettare… voglio sfruttare al massimo il tempo a nostra disposizione!”

Infatti non frequentando la stessa facoltà, avremmo avuto solo il tempo del viaggio e della pausa pranzo per stare un po’ insieme, sempre stando attenti a non farci vedere da nessuno che ci potesse  conoscere.

Fortunatamente quasi tutti i nostri compagni del liceo si erano iscritti all’Università di Trento, ma era possibile che qualcuno fosse con noi a Bolzano.

Le uniche persone che sapevano della nostra relazione erano le mie amiche Alice, Olga e Cecilia. Avevo passato con loro la mia infanzia e adolescenza fino a quando, l’anno precedente mi ero trasferita a Lavis, per frequentare l’ultimo anno di liceo a Trento… e avevo conosciuto Tristan.

Loro mi avevano supportata e incoraggiata, quando avevano compreso la profondità dei miei sentimenti per lui, e avevano promesso di aiutarmi a portare avanti la nostra relazione clandestina.

Nessun altro ne era al corrente.

Ero costretta a mentire a tutti: alla nonna, a mia madre, anche alla mia ex compagna di classe Giulia, una delle poche con cui ero rimasta in contatto dopo la maturità.

Ultimamente era diventato veramente snervante non poter parlare con nessuno dei miei sentimenti, continuare a inventare bugie, omettere fatti, fingere sempre, nascondere la scheda del telefonino… insomma, mentire a tutto spiano!

Anche mentre facevo colazione, sotto l’occhio attento di mia nonna, non potevo mostrare tutta la mia gioia: certo, l’inizio dell’università è un grande evento, ma la mia felicità sarebbe sembrata eccessiva, se non fuori luogo.

            “Speriamo che da oggi sia più facile – pensavo mentre di buon passo colmavo la breve distanza che separava casa mia dalla stazione – insieme avremo la forza necessaria per gestire questa cosa…”

Poi lo vidi. Camminava qualche centinaio di metri avanti a me, sbucando da una stradina laterale. Casa mia e casa sua erano poco distanti; questa vicinanza rendeva ancora più difficile l’impossibilità di frequentarsi, nemmeno come amici o compagni di scuola, come avevo provato a fare l’anno prima. Ma era stato impossibile: mia nonna mi aveva addirittura vietato di invitarlo alla festa di compleanno, alla quale avevano partecipato tutti i miei compagni.

Mi trattenni dal chiamarlo e dal raggiungerlo di corsa, eravamo ancora in “territorio nemico”; tutti a Lavis conoscevano la storia delle nostre famiglie e, se ci avessero visto insieme, la notizia sarebbe diventata di dominio pubblico nel giro di un secondo.

Così continuai del mio passo, ripensando allo splendido biglietto di auguri che mi aveva fatto in occasione dei miei 19 anni: il Bacio di Hayez… rigorosamente non firmato! Conservavo ancora gelosamente quel biglietto nell’agenda che tenevo sempre con me, e sulla quale annotavo (in codice ovviamente), tutto quello che riguardava me e Tristan.

            “Mi sto trasformando in uno 007 – pensavo sorridendo, mentre il mio sguardo si posava malizioso sul fondoschiena del mio ragazzo, che continuava a camminare, ignaro della mia presenza – mi mancano solo la pistola-penna e gli occhiali a infrarossi…”

Arrivati entrambi sulla banchina, ci scambiammo un sorriso d’intesa, ma rimanemmo a distanza di sicurezza fino all’arrivo del treno. Poi, sfruttando la normale confusione di chi sale e chi scende, ci avvicinammo un po’, riuscendo a trovare due posti abbastanza vicini nello stesso scompartimento.

Purtroppo tra le altre persone, c’erano alcuni conoscenti dei miei nonni, quindi rimanemmo seduti a leggere per tutto il tempo del viaggio, concedendoci solo il lusso di qualche sguardo.

            “Non so se riesco a non alzarmi e venire lì a baciarti” – mi scrisse via sms.

            “Anch’io… è difficile averti vicino e fingere… ci vediamo al bar della stazione?” – gli risposi.

            “Cappuccio, brioches e qualche coccola prima di iniziare le lezioni? Offro io.” – mi propose.

            “Basterebbero anche solo le coccole. Però dobbiamo essere sicuri che non ci sia nessuno.”

            “Perché ti amo, altrimenti non so come farei a sopportare tutto questo!”

            “Ti amo anch’io, soprattutto perché accetti di sopportare”.

Il resto del viaggio proseguì in questo modo, tra messaggi sdolcinati e voglia di normalità: fortunatamente avevamo anche l’opzione sms gratis!

Dopo circa mezz’ora, il treno arrivò alla stazione di Bolzano; sempre continuando ad ignorarci, scendemmo da due porte diverse e ci avviammo separatamente verso il piccolo ma confortevole bar che si affacciava sulla piazza con l’intenzione di trascorrere qualche istante insieme.

Con mia grande sorpresa trovai ad aspettarmi sul binario Alice, Cecilia e Olga: sembravano le Charlie’s Angels!

Alice alta e bionda, decisamente appariscente; Cecilia minuta con i capelli castani e Olga, la più formosa, con la carnagione olivastra e gli occhi verdi.

            “Abbiamo pensato che avessi bisogno di un aiuto… di una manovra diversiva…” – disse con aria complice Cecilia, che conoscevo fin dall’asilo, strizzandomi l’occhio.

            “Sta arrivando anche Thomas – mi spiegò Olga (lui era il mio migliore amico, nonché primo ragazzo e suo attuale moroso) – la presenza di un uomo aiuta sempre!”

Nel frattempo Alice si guardava in giro, con aria circospetta, come se stessimo trasportando delle valigie piene di soldi o del combustibile nucleare.

            “Mi sembrate i pinguini di Madagascar!” – risposi scoppiando a ridere, felice che le mie amiche avessero pensato a me e a Tristan, ad aiutarmi a trascorrere qualche minuto in tranquillità con lui.

            “Digli di seguirci, non andiamo al bar della stazione, ti portiamo noi nel posto giusto per gli incontri clandestini, cara Giulietta!” – mi disse Olga, mentre io digitavo rapidamente le indicazioni sul mio cellulare.

            “Mi portate dallo speziale?” – chiesi incuriosita. Quello dello speziale di Shakespiriana memoria era ormai uno dei nostri tormentoni, anche se in fondo, non c’era proprio niente da ridere.

            “No, vicino all’università c’è una piccola pasticceria: è dei genitori di Erika, ti ricordi? Di certo non c’è nessuno che vi conosce a quest’ora!” – mi spiegava Alice, mentre di buon passo ci allontanavamo dalla stazione, seguite a breve distanza da Tristan, al quale di tanto in tanto, lanciavo qualche occhiata furtiva.

Dopo pochi minuti ci infilammo in un piccolo negozio: da fuori sembrava solo un semplice bar,

all’interno invece trovammo un’ampia sala, con tavolini (praticamente invisibili dalla strada) e un bancone pieno di ogni ben di Dio.

Ci sedemmo in un tavolino, quello più isolato rispetto agli altri, mentre la mamma della nostra ex compagna di classe ci raggiungeva per le ordinazioni.

Nel frattempo Tristan entrò dalla porta, incerto sul da farsi.

Come se fosse stato tutto programmato al minuto, dietro di lui comparve Thomas, che lo condusse al nostro tavolo. Dopo avermi salutato con un cenno della mano, seguì le ragazze che si erano allontanate sedendosi poco lontano, lasciando me e Tristan soli, finalmente. 

            “Sono state grandiose – commentò sedendosi accanto a me e prendendomi subito la mano – devono volerti un gran bene se fanno tutto questo per te…”

            “Lo fanno anche per te! – risposi io, lasciandomi avvolgere dolcemente dal suo abbraccio e posando delicatamente le mie labbra sulle sue, godendomi quell’attimo tanto atteso – Mi sei mancato davvero troppo!”

            “Anche tu a me – disse lui in un bisbiglio – è veramente difficile…”

            “Adesso non sprechiamo questi momenti – risposi posandogli un dito sulle labbra, poi baciandolo di nuovo – non siamo proprio soli, ma almeno possiamo evitare di nasconderci!”

Il tempo a nostra disposizione finì troppo in fretta così uscimmo tutti insieme diretti verso l’Università, dove ci saremmo poi divisi in base alla facoltà scelta.

Io e Olga avremmo frequentato Design e Arti, Cecilia e Alice Scienze della formazione, mentre sia Tristan che Thomas avevano scelto Tecnologie informatiche.

Eravamo tutti emozionati per le novità che ci aspettavano: io però non riuscivo a concentrarmi sull’imminente inizio delle lezioni. Riuscivo solo a pensare che stavo finalmente camminando per strada a testa alta, tenendo per mano il ragazzo che amavo, senza dovermi nascondere, in poche parole serena.

La tranquillità di quegli istanti durò poco: entrando nell’atrio dell’università fummo costretti ad allontanarci, c’era sempre la possibilità di incontrare qualcuno di Lavis o qualche conoscente. La breve parentesi di normalità era ormai finita, eravamo tornati ad essere una coppia clandestina. So che i nostri timori possono sembrare eccessivi ad un osservatore esterno che potrebbe domandarsi “Ma chi volete che faccia caso a voi, il primo giorno di università?”. Forse è vero, nessuno ci avrebbe notati in mezzo a tanti altri ragazzi, ma non potevamo permetterci di correre il rischio: qualcuno, anche in buona fede, avrebbe potuto riferire che ci aveva visti insieme, provocando un effetto domino che avrebbe portato a conseguenze che non volevo nemmeno immaginare e, soprattutto, alla sofferenza di chi era ancora molto coinvolto in eventi per noi ormai appartenenti al passato.

Ci salutammo, dandoci appuntamento per l’ora di pranzo: saremmo andati tutti insieme a mangiare a casa di Olga, che era vicino all’università, poi ci dirigemmo ognuno verso l’aula indicata sul proprio programma delle lezioni. A malincuore mi separai da Tristan, seguendo Olga per i corridoi della facoltà.

Trovammo la nostra aula e ci sedemmo nelle prime file, fortunatamente ancora abbastanza vuote; molti evidentemente preferivano continuare a imboscarsi come si faceva al liceo, dove i banchi più ambiti erano quelli lontani dalla vista del professore.

Quando comparve dietro la scrivania il responsabile del corso, istantaneamente, fui costretta a smettere di fantasticare su me e Tristan e iniziare freneticamente a prendere appunti.

Il professor Stauder infatti iniziò subito a snocciolarci informazioni utili, orari, titoli di libri e bibliografie varie che sarebbero state indispensabili per l’avvio dei corsi. Per il primo semestre infatti, avremmo seguito un progetto “Warm up” di 60 ore e due esami (geometria descrittiva e metodologie e tecniche di rappresentazione wup) da 30 ore. Gli studenti del primo anno ammessi erano solo 60, di cui cinque provenienti dall’estero: eravamo quindi pochi e avremmo potuto svolgere numerose attività a livello laboratoriale o progetti in piccoli gruppi, idea che mi sembrava molto stimolante.

Al termine delle due ore eravamo tutti esausti, non tanto per la difficoltà dei temi trattati (in effetti ben pochi in quella lezione) ma per la mole di novità che ci era stata propinata ad una velocità stratosferica! Il prof. Stauder infatti aveva una parlantina sciolta e fluente e si aspettava che tutti riuscissimo a seguire il suo ritmo indiavolato. A complicare le cose c’era il fatto che la Libera Università di Bolzano era praticamente trilingue: i corsi potevano essere tenuti in italiano, tedesco o inglese, a seconda dell’insegnante. Fortunatamente non avevo problemi, avendo abitato per tutta la vita in Sud Tirolo capivo perfettamente anche il tedesco, ma dover studiare materie nuove non in italiano un po’ mi spaventava.

Quando verso l’una ci ritrovammo nella piazza dell’Università eravamo tutti nelle stesse condizioni: l’emozione iniziale aveva lasciato il posto ad un po’ d’ansia e alla voglia di incominciare a studiare i nuovi argomenti.

Pranzammo velocemente a casa di Olga; anche lì io e Tristan riuscimmo a ritagliarci qualche momento di intimità quando, con la scusa di preparare il caffè, gli altri ci lasciarono soli in salotto.

Lui si sedette su una poltrona e mi fece accoccolare sulle sue gambe: il profumo della sua pelle era proprio come me lo ricordavo, dalla notte che avevamo trascorso insieme.

Affondai il viso nel suo petto, non riuscendo a trattenere le lacrime. Ero davvero stanca di tutti quei sotterfugi, di quella tensione, ma non potevo immaginare la mia vita senza di lui.

            “Mi manchi” – fu l’unica cosa che riuscii a dire, senza scoppiare in un pianto incontrollabile.

            “Lo so, anche tu – rispose lui, mentre mi accarezzava dolcemente i capelli – non c’è stato giorno in cui non ho pensato di venire a casa tua, a costo di prendermi una fucilata da tuo nonno, e dichiarare pubblicamente il mio amore per te.”

            “Arriverà anche quel momento – risposi, alzando il viso e fissandolo negli occhi, intensamente, perdendomi nel loro verde intenso – dobbiamo solo avere un po’ di pazienza. Il nostro amore… vedrai, riusciremo a superare tutto l’odio che ci circonda.”

Le lezioni del pomeriggio trascorsero rapide come quelle della mattina, lasciandoci ulteriori pagine e pagine di nozioni importanti, orari e informazioni pratiche.

Salutai Alice, Olga e Cecilia, ringraziandole per tutto quello che avevano fatto per noi: dal giorno successivo ci saremmo viste direttamente in facoltà, per poi pranzare insieme con panini o alla mensa dell’università. Tristan nel frattempo si era allontanato, camminando lentamente lungo la strada per la stazione: feci un cenno con la mano a Thomas e poi mi diressi nella sua stessa direzione, seguendolo a breve distanza. Raggiunto il binario, ci lanciammo un’altra occhiata furtiva. Sembrava non ci fosse nessun volto noto, ma preferimmo rimanere a distanza.

Nel frattempo eravamo saliti sul treno, fortunatamente non troppo pieno, e riuscii persino a trovare posto accanto a lui. Pensai che non mi importava se non potevo parlargli, se dovevo fingere di essere seduta accanto ad uno sconosciuto. Eravamo lì, insieme: ognuno col suo libro in mano e l’mp3 nelle orecchie, a provare le stesse emozioni, ad ascoltare le stesse canzoni…

Sì, perché quando lui aveva trascorso la notte a casa mia, grazie al fatto che i miei nonni erano fuori per un breve viaggio, ne avevamo approfittato per creare una playlist con le nostre canzoni preferite… ascoltandole sarebbe stato come essere insieme, almeno idealmente.

Mentre il treno sferragliava veloce, di tanto in tanto i nostri occhi si incrociavano, distrattamente.

            “Domani mattina aspettami verso i primi vagoni” – mi comunicò via messaggio.

            “Perché?”

            “C’è meno gente, i pendolari stanno tutti verso il centro o il fondo del treno, è più vicino alla stazione, ma a noi non importa vero?”

            “Andrei anche a piedi pur di stare con te.”

            “Non è una cattiva idea!”

            “Spiritoso. Ti amo.”

            “Sdolcinata. Anch’io. Siamo arrivati. Ciao. A domani, buonanotte.”

            “Spero di sognare te. Ciao.”

 

Come due perfetti estranei ci alzammo e scendemmo dal treno, per poi avviarci ognuno verso casa sua, io davanti, lui dietro. Con mio grande stupore, fermo davanti alla stazione, c’era mio nonno in macchina. Sperai che Tristan fosse abbastanza distante da me da non destare sospetti.

            “Sali – mi invitò gentilmente aprendomi la portiera – ero già in giro così ho pensato di darti uno strappo.”

            “Grazie – risposi sedendomi sul sedile del passeggero della sua jeep scassata, quella che usava quando andava alla vigna – un pensiero proprio carino. Sono esausta.”

            “Era il figlio dei Seifert quello dietro di te?” – chiese, cercando di mascherare l’asprezza nel tono di voce nel pronunciare il cognome di Tristan.

            “Boh, può essere, mi è sembrato di intravederlo in stazione a Bolzano, credo frequenti anche lui lì…” – dissimulai mentre il cuore nel petto mi batteva all’impazzata. Scoperti il primo giorno: un fallimento totale.

            “Eravate in classe insieme l’anno scorso vero?” – proseguì lui, mentre la macchina si avvicinava a casa.

            “Sì, ma non abbiamo legato molto, è arrivato solo a marzo – ennesima bugia – so che la nonna non ha piacere che lo frequenti… non ci salutiamo nemmeno.”

            “Non dovrei dirtelo – concluse quando ormai eravamo fermi nel parcheggio di casa – ma mi dispiace che tu debba subire le conseguenze di fatti accaduti così tanto tempo fa. Non hai tanti amici, da quando ti sei trasferita, e non ci vedrei niente di male se tu e lui vi teneste compagnia nel viaggio… ma tua nonna… sai come la pensa… Comunque per me non ci sono problemi, in fondo voi non c’entrate niente con tutta questa storia, siete entrambi soli.”

            “Grazie per la sincerità – risposi, stupita; in fondo, pensai con una punta di cattiveria, se il mio vero nonno non fosse stato ucciso, lui non avrebbe avuto la famiglia che aveva ora. – ma dubito che lui voglia condividere qualcosa con me.”

Scesi dall’auto e mi diressi in cucina, ancora un po’ frastornata da quelle confessioni inaspettate.

            “Forse ho trovato un alleato!” – pensai mentre scoccavo un bacio a mia nonna e lei mi rispondeva scompigliandomi i capelli nel suo solito gesto affettuoso.

            “Allora, com’è andata?” – mi chiese, mentre, dopo aver bevuto un bicchier d’acqua, mi apprestavo a salire in camera mia per una doccia veloce prima di cena.

            “Stupendo. Hanno già iniziato a velocità stratosferica, ma è veramente stimolante! – risposi fermandomi sulla soglia, sorridente – prima devo farmi una doccia, poi ti racconto.”

            “Ok. Guarda che ha chiamato la mamma…”

            “Sì, sì… dopo la chiamo….” – risposi di malavoglia affrontando la rampa di scalini a due a due.

Il rapporto con i miei genitori non era dei migliori, mio padre stava a Roma e non lo vedevo da mesi, mia madre viveva a Bolzano con mio fratello e non perdeva occasione per dirmi di ritornare a vivere lì, visto che frequentavo l’università della mia città natale. Ma come avrei potuto rinunciare alla possibilità di vedere Tristan, tutte le mattine e tutte le sere? Era come un mazzolino di fiori appoggiato sul tavolo… rendeva la mia giornata più bella e serena, anche se non potevamo stare da soli come avremmo voluto era comunque qualcosa.

Salii in camera per farmi una rapida doccia, poi tornai in cucina, dove nonno e nonna mi aspettavano ansiosi per sentire i racconti e le impressioni della prima giornata da universitaria.

Mentre mangiavamo risposi alle loro domande, omettendo quello che in realtà avrei avuto voglia di gridare al mondo intero: amavo Tristan, più di ogni altra cosa e soffrivo perché non potevo vivere questa storia come ogni altra ragazza? Perché non potevamo essere una coppia normale? Eravamo condannati a continui sotterfugi, e non avevo la minima idea di come fare a far cambiare la situazione: come potevo convincere mia nonna a perdonare, a rimuovere qualcosa successo tanto tempo prima ma ancora fortemente radicato nella sua mente e nel suo cuore? Nemmeno la dichiarazione che il nonno mi aveva fatto poco prima lasciava adito a grandi speranze, l’aveva ammesso lui stesso: lei sarebbe stata irremovibile.

Così mi limitai a descrivere i professori, i compagni, le aule.

            “Sì, siamo tutti negli stessi edifici – dissi, riferendomi alle mie amiche – solo Thomas ha alcune lezioni in una sede staccata, ma riusciremo sempre a incontrarci per pranzo, la mensa è ben fornita, poi ci sono spazi anche per chi vuole soltanto mangiare un panino tra una lezione e l’altra.”

            “Sono contenta che ti sia trovata bene – commentò la nonna, sorridendomi – ci sono ragazzi carini? Da quando hai lasciato Christopher non esci più molto spesso…”

            “Non preoccuparti per me nonna – le dissi comprendendo le sue preoccupazioni, ma infastidita dal dover mentire ancora – per il momento preferisco stare sola… comunque sì, ho intravisto qualcuno niente male…”. Si chiama Tristan ed è la persona che odi di più al mondo, dopo suo nonno e suo padre…

Finimmo di cenare, poi augurai la buonanotte e andai a rifugiarmi nella mia stanza: era l’orario in cui, ognuno chiuso nella propria camera, io e Tristan ci sentivamo per telefono, stando attenti a che nessuno scoprisse le nostre chiamate clandestine.

Il fatto di esserci visti, toccati, baciati rese il nostro colloquio diverso dai soliti: eravamo riusciti a condividere del tempo insieme, questo ci rendeva più ottimisti riguardo la nostra condizione di amanti segreti. Il paragone con Romeo e Giulietta, che ci accompagnava fin dall’inizio della nostra storia, ogni tanto ci portava a scoraggiamento; poi finivamo con il riderci sopra, ricordandoci che al giorno d’oggi gli speziali non esistevano più.

            “Troveremo un modo, vedrai, abbiamo solo bisogno di un po’ di tempo ancora…” – gli dissi, prima di augurargli la buonanotte.

            “Lo spero, anche se le cose non mi sembra che possano sbloccarsi facilmente.”

            “Invece forse ho trovato un alleato… mio nonno oggi, quando è venuto a prendermi in stazione mi ha fatto uno strano discorso, su di te… Non so bene dove volesse andare a parare, ma mi ha detto che non troverebbe niente di male se io e te, facendo lo stesso tragitto ogni giorno, diventassimo amici. È un buon inizio no?”

            “Effettivamente… io quando l’ho visto ho temuto che mi investisse con la macchina, invece addirittura ti ha detto che potremmo frequentarci?”

            “Calma! Tra frequentarsi e farci compagnia in treno credo che per lui ci sia una bella differenza! Ovviamente poi questa è solo la sua opinione, mia nonna la pensa in modo opposto. Ma sono fiduciosa, ormai è passato tanto tempo… se abbiamo pazienza, vedrai che prima o poi accetteranno il nostro amore.”

            “Pazienza… già… almeno adesso possiamo vederci tutti i giorni. Mi sei mancata troppo in queste settimane.

            “Anche tu, lo sai… ora è meglio chiudere, ci vediamo domattina in stazione. Buonanotte amore.”

            “Buonanotte anche a te, angelo mio.” – disse prima che sentissi il segnale di chiusura della chiamata. Quando ci eravamo “ufficialmente” messi insieme, dopo che lui mi aveva trovata in lacrime nella nostra radura, quando ormai stava diventando buio, io avevo cominciato a dirgli che mi aveva salvato la vita, ribattezzandolo angelo. Così anche lui aveva adottato quel nomignolo nei miei confronti. Insomma niente pucci pucci o sdolcinatezze simili.

 

Mi sdraiai sul letto, rimanendo per un po’ a contemplare il soffitto. Il cellulare che vibrava mi riscosse dai miei pensieri. Mi aspettavo fosse ancora Tristan, invece lessi sul display il numero della mia amica Giulia.

Nonostante fosse stata lei a presentarmi e a spronarmi affinché mi mettessi con Christopher, suo amico d’infanzia, eravamo rimaste legate anche dopo la fine della mia storia con lui; lei era rimasta scioccata quasi quanto me nello scoprire che il suo caro amico si era messo con me solo per una scommessa, fatta con l’altro mio ex, Patrick.

Eh, sì, da quando ero arrivata a Trento, solo un anno prima, non ero stata molto fortunata con i ragazzi e pensare che non ero certo arrivata nella nuova scuola con l’idea fissa di trovarmi un fidanzato: avevo ben altri problemi a cui pensare! Patrick, che aveva iniziato a corteggiarmi appena entrata in classe, mi aveva mollata dopo pochi mesi perché non avevo voluto andare a letto con lui, mentre Chris (suo amico, come avevo scoperto solo dopo) mi aveva tradita e umiliata dopo che aveva ottenuto quello che voleva… e dopo aver vinto 100 euro all’amico per essere riuscito nell’intento.

Io avevo accettato la sua corte nonostante il mio cuore fosse preso da Tristan e mi ero sentita ferita due volte dal suo comportamento: avevo provato a dargli fiducia nella speranza di trovare un po’ di serenità. Finalmente, dopo la parentesi buia, nella mia vita era tornato Tristan… Oddio, in quanto a fortuna nemmeno con lui le cose andavano alla grande, considerando i rapporti di odio tra le nostre famiglie, ma almeno ero sicura del suo amore.

Risposi alla chiamata di Giulia, che voleva sapere com’era andata la prima giornata all’università.

Parlavo a monosillabi, lasciando che fosse lei a portare avanti la conversazione: non avevo detto nemmeno a lei della mia storia clandestina con Tristan (meno persone sapevano, meglio era), quindi ero costretta a mentire anche a lei, perfino alle domande più banali come “Non ti pesa il viaggio?”, No, è il momento più bello della giornata, “Perché non esci con noi sabato, Erick ha conosciuto dei ragazzi carini all’Uni, volevo presentartene qualcuno…” Grazie ma ho già un ragazzo fantastico.

Chiacchierammo per un po’, rifiutai i suoi ripetuti inviti per il sabato successivo adducendo come scusa il fatto che sarei andata a Bolzano da mia madre, le promisi che mi sarei fatta sentire poi chiusi la telefonata.

Era terribile continuare a mentire o, nel migliore dei casi, tacere la verità.

Per questo, da quando mi ero messa con Tristan non ero più uscita con Giulia e il suo ragazzo, Erick; oltre al fatto che spesso Christopher usciva con loro, non volevo trascorrere la serata a raccontare bugie alla mia amica.

Inoltre, conoscendola da circa un anno non mi sentivo particolarmente legata a lei: era una brava ragazza, simpatica e sempre “a mille”, ma io preferivo la calma e la complicità maturate in tanti anni con Cecilia, Olga e Alice. Volevo bene a Giulia ma, in fondo, avevamo poche cose in comune;  al contrario con le mie pazze amiche di Bolzano condividevamo da sempre un sacco di cose. Ci bastava uno sguardo per capirci, non litigavamo quasi mai e poi c’era Thomas che non perdeva occasione per farci ridere a crepapelle.

Era strano pensare a me e lui insieme: chissà come avevamo fatto? Lui e Olga sono la coppia perfetta tanto che, guardandoli, tendo a dimenticare di essere stata fidanzata con lui – anche se per un tempo molto breve. È forse uno dei pochi casi che conosco di due che sono “troppo amici” per essere altro! Ammetto che sia un bel ragazzo, con gli occhi castani, i capelli neri portati e le labbra morbide perennemente sorridenti, ma per me è come un fratello.


ATTESA di Irene Milani  - Editore Lettere Animate

Caro Lettore, arrivederci al prossimo appuntamento letterario.
 

 

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