RESISTERE, ALLA FACCIA DELLA CRISI...

Un lettore ci scrive per essere pubblicato nella rubrica Lettera@perta.

| di Redazione
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Riceviamo e pubblichiamo nella rubrica Lettera@perta questa lettera che ci arriva dal nostro affezionato lettore sestese Giorgio Floridi dal titolo RESISTERE, ALLA FACCIA DELLA CRISI.

Ancora una volta è stata pronunciata la celebre frase: “per uscire dalla crisi occorre unità”.

E probabilmente su questo siamo tutti d’accordo. Ma chi, e come, deve offrire e garantire questa unità?

A me sorge spontanea una domanda: se è il governo, quale?

Sembra una domanda retorica ma ad un osservatore attento non può sfuggire il fatto che ogni regione, ogni provincia, ogni comune, al di là di quanto si affermi circa la centralità del governo di Roma, è repubblica a sé. Ognuno rivendica la propria autonomia, la propria supremazia territoriale. E ancora, gli amministratori locali pretendono di gestire quello che dovrebbe essere il bene comune come un bene privato o meglio un bene proprio andando così a compromettere il sistema stesso del territorio rivendicato. Con buona pace dei cittadini che, con un incomprensibile senso di masochismo estremo, continuano a votarli e a farsi derubare.

E fin qui il limite della politica.

Esiste anche una analisi effettuata dalle agenzie di statistica che in base ad informazioni ed elaborazioni forniscono un quadro della situazione sui consumi. Confcommercio nel 2012 sosteneva che, quello attuale, è il calo più forte del dopoguerra e che la ripresa non sarebbe potuta iniziare prima del 2014 (sic!).
Sarebbe interessante anche sapere a che punto del 2014 (il 31 dicembre?).

Per il momento ci limitiamo a constatare che stiamo soffrendo la peggiore variazione negativa della spesa reale pro capite della storia della Repubblica: oltre il -4% e che fra il terzo trimestre del 2007 e il secondo trimestre di quest’anno i consumi pro capite sono diminuiti del 8,5% con un forte aumento di chiusure di imprese commerciali e produttive. La contrazione della spesa familiare riguarda anche il settore alimentare. Crolla l’acquisto del latte -7%, dell’olio -5%, del pesce -4%, della carne di maiale e del vino -4%, di frutta, pasta e carne di manzo -2%.

I dati ISMEA (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare), elaborati da Coldiretti, individuano le cause nell’aumento vertiginoso dei costi burocratici e fiscali, la cui pressione ha compromesso il budget delle famiglie.
Anche Ires-Cgil, a suo tempo, ribadì la gravità del momento con uno studio dal titolo: “La scomparsa dei consumi”. La ricerca indicava che il calo della domanda si sarebbe protratto almeno fino al 2014 (arisic!), un periodo lunghissimo per le persone.

Tra il 2012 e il 2014 i consumi delle famiglie degli operai si sono ridotti di circa 1.200 euro l’anno, per una perdita complessiva di 3600 euro nel triennio. Dal 2007 al 2011 la perdita media annua di consumo per le famiglie degli operai è stata di 300 euro. Il crollo secondo la ricerca è dovuto all’aumento dell’inflazione, alla disoccupazione e alla crescita della pressione fiscale.

Dati che non concordano con le recenti dichiarazioni del nostro Governo e che confermano invece quanto quotidianamente viviamo nelle nostre attività con i nostri clienti.
La crisi per diventare crescita ha bisogno di una partecipazione unitaria. E la partecipazione si può ottenere più forte e più duratura se costruita sulla fiducia. Una coscienza sociale è indispensabile per creare unità e solo con una decisa coesione è possibile progettare e programmare una crescita che garantisca nel tempo i suoi effetti positivi.
Oggi noi viviamo in un momento storico di cui è difficile decifrare il significato.

È come se vivessimo un dopoguerra senza aver fatto la guerra (intesa come combattimento sul territorio).

Questo porta per un verso a chiuderci in noi stessi per timore, per vergogna, per non rivelare agli altri le nostre difficoltà e anche per non rischiare di dover dividere con altri il poco che abbiamo. Dall’ altro verso invece cerchiamo supporto e complicità per carpire agli altri notizie sul loro stato e a quel punto confidare parte dei nostri problemi.

Siamo al limite della schizofrenia, ma comunque giustificati dal momento estremamente difficile in cui tutta la società si trova.

È difficile vedere nella condivisione la strada per arrivare alla soluzione dei problemi. Soprattutto perché condivisione significa mettersi a disposizione incondizionatamente e cioè nella consapevolezza che non tutti possono mettere in comunione lo stesso valore. E qui immediatamente viene da pensare ai valori materiali: danaro, possedimenti, oro, argento e mirra!

Invece nel nostro caso specifico ciò che valorizza maggiormente la condivisione è soprattutto se stessi, la propria intelligenza, la passione, la professionalità, la disponibilità a mettere in discussione anche le proprie convinzioni pur di collaborare ad alleviare le difficoltà.

Troppo spesso ci confondiamo in superflue divisioni. Poniamo la nostra ricchezza interiore a servizio di aleatorie differenze: nazionalità, religione, colore della pelle, ricco, povero, operaio, imprenditore. Salvo poi, al momento della resa dei conti e cioè nel momento in cui il “differente” diviene cliente e con i soldi in mano, annullare qualsiasi preconcetto e pregiudizio pur di giungere al risultato finale: l’incasso!

Non è un comportamento riservato ai soli commercianti ma trasferibile su chiunque si trovi nella circostanza di dare soddisfazione al proprio tornaconto.
La proposta che vorrei lanciare consiste nell’indirizzare questa che è indubbiamente una forza propulsiva nella direzione più proficua per tutti e cioè verso la conquista di una coscienza sociale e solidale che, nel rispetto delle peculiarità, possa costituire una energia tale da trasformare la crisi nella corretta accezione del termine e cioè in crescita.

È un’energia alternativa in quanto si compone della forza sprigionata dai nostri sentimenti, dalla nostra intelligenza, dalla nostra passione ma anziché produrre energia spuria genera una forza motrice inesauribile e imbattibile.


Giorgio Floridi

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