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Il costo invisibile della manipolazione

Martedi con la psicologa

Redazione
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C'è una voce che non compare mai nei bilanci aziendali. Non ha un codice contabile, non genera alert nei report trimestrali, non viene discussa nei CDA, ma erode valore  in modo continuo e con una precisione chirurgica: è il costo economico delle dinamiche manipolative.
L'ho osservato in organizzazioni strutturate, con processi certificati e valori aziendali incorniciati nelle sale riunioni. Il problema non era la strategia. Era un manager che ridistribuiva il merito a proprio vantaggio, un clima in cui nessuno alzava la mano per paura di diventare il prossimo capro espiatorio, una direzione HR che leggeva il turnover come dato statistico invece che come segnale d'allarme.

Il sabotaggio del merito: come si distorce la realtà
Il meccanismo è sempre lo stesso. Chi manipola non lavora per gli obiettivi dell'azienda: lavora per il consolidamento del proprio potere. I successi del team diventano suoi — accentrati, rivendicati, esibiti verso l'alto. Le responsabilità dei fallimenti ricadono invece su chi è stato scelto come bersaglio: il collaboratore più capace, spesso, oppure quello percepito come minaccia.
Ma c'è un danno ancora più sottile, e più costoso: l'isolamento informativo. Per mantenere il controllo, il profilo manipolativo filtra quello che sale ai vertici. Altera i flussi, trattiene le criticità, modifica il contesto. La direzione prende decisioni su una realtà che non esiste. Pianifica su numeri che raccontano una storia falsa. E nel frattempo, i professionisti più competenti vengono sistematicamente marginalizzati: non per mancanza di risultati, ma per assenza di protezioni politiche interne.
È quella che chiamo inversione meritocratica: i migliori scendono, i tossici avanzano. E l'organizzazione, lentamente, perde la sua capacità di distinguere il valore reale.

La perdita di produttività: quello che i KPI non dicono subito
Gli effetti non sono immediati.
Il primo segnale è il turnover volontario. I talenti con alternative concrete sul mercato se ne vanno — non con un colpo di scena, ma dopo mesi di attrito silenzioso. Sostituirli costa, secondo le stime più conservative, tra il 50% e il 200% del loro salario annuo, considerando recruiting, onboarding e il periodo di transizione e affiancamento necessario. Ma il danno vero non è il costo di sostituzione: è il know-how che esce dalla porta insieme a loro e non torna più.
Chi rimane spesso entra in una modalità di autodifesa razionale. L'assenteismo aumenta — congedi per stress, burnout certificato, malessere cronico che si trasforma in assenza. Parallelamente, si diffonde il presenteismo: le persone ci sono fisicamente, ma hanno smesso di esserci davvero. Fanno il minimo indispensabile. Non per pigrizia, ma perché hanno imparato che esporsi non paga.
In un contesto dove l'errore viene usato come arma contro chi lo commette, nessuno propone più nulla. L'innovazione si azzera. Le criticità operative restano sepolte. L'organizzazione smette di evolversi e inizia, senza rendersene conto, a difendersi da sola.

Cosa può fare concretamente chi gestisce persone e organizzazioni
La soluzione non è psicologica. È strutturale. E richiede che la leadership smetta di trattare questi fenomeni come "conflitti interpersonali" da gestire caso per caso.
Il primo strumento è la valutazione a 360 gradi: processi di feedback che integrino non solo la valutazione dall'alto verso il basso, ma anche quella dei colleghi e dei collaboratori diretti. È molto più difficile simulare una leadership efficace quando sono anche i tuoi collaboratori a valutarti, non solo il tuo superiore.
Il secondo è il monitoraggio disaggregato dei dati HR. Le anomalie si nascondono nelle medie. Un reparto con il doppio del turnover rispetto alla media aziendale sta segnalando qualcosa. Va letto come tale.
Il terzo è la trasparenza oggettiva dei criteri di avanzamento. KPI chiari, verificabili, difficilmente interpretabili in modo discrezionale. Meno spazio alla valutazione personale del manager significa meno spazio alla manipolazione del percorso altrui.
Tutelare la trasparenza relazionale all'interno di un'organizzazione non è un tema di etica del lavoro, né di benessere aziendale inteso come benefit accessorio. È una decisione strategica di natura finanziaria. E come tutte le decisioni finanziarie, ignorarla ha un costo — solo che questo non lo vedi nel trimestre in cui si genera. Lo vedi dopo, quando i migliori sono già andati, l'innovazione si è fermata e il danno è già strutturale.

L’appuntamento con "Martedì con la Psicologa" si rinnova la prossima settimana. A martedì prossimo.
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