I COLORI MUOIONO

Scritto durante uno dei miei viaggi di ritorno dal Sinai

| di Sonia Serravalli
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Zona stazione di Milano. Appena rientrata dal Medio Oriente, osservo le decine di visi dai diversi colori e dalle diverse sfumature di spavento che raduniamo tutti sotto il nome di “extracomunitari”.

Ho ancora l’alito del Sinai addosso e sulla fronte gli occhi scuri delle forti personalità arabe. Ma qui non vedo forza. In questa innumerevole popolazione silenziosa, che qui solo ha imparato a non dare confidenza, vedo lo sconforto dell’emigrazione e dell’esilio, e l’espressione smarrita di chi ha perduto sicurezza. Qualcosa che in maniera stonata porta un velo di pallore, di bianco opalescente, su chi è nato col viso scuro e con occhi d’ossidiana di cui indovino il vigore smarrito. Sono da sempre favorevole agli incroci etnici e culturali, in qualunque settore essi possano trovare luogo. Ma i panorami che attraverso oggi per le vie di Milano, sotto un cielo che, come i nostri uomini, di pari passo col “progresso”, sembra perdere il suo vero colore, gusto solo il sapore amaro del nostro mondo che senza accorgersene ha sbagliato strada.

Solo da pochi giorni mi sono congedata dagli amici in Egitto. Il loro calore umano, la loro ospitalità, quella maniera tutta loro di rendere famiglia la strada, di rendere casa ogni luogo in cui qualcuno abbia bisogno di aiuto, non si cancellerà dalla mia memoria. Lo stridore tra l’atteggiamento accogliente e generoso che mi hanno mostrato e insegnato nella loro terra e gli sguardi scettici e sfuggenti delle persone con la loro stessa fisionomia qui a Milano, produce tutt’attorno a me un senso di nuvoloso, una nebbia che limita respiro e colori. Pallore, è pallore quello che ho intravisto nei loro sguardi, anche se sono scuri e infossati dentro un familiare viso di cuoio. L’unico elemento ricorrente che cuce i pezzi dell’oggi sbucandomi nella mente a più riprese in questo viaggio è la frase “i colori muoiono”.

Camminando in mezzo a loro con ancora l’odore dei loro deserti nelle narici, – sentendomi ancora più dei loro che dei miei, anche se loro non possono immaginarlo – inerme osservo senza potermi ingannare l’innesto dei nostri peggiori difetti sulle loro teste, l’importazione dei nostri errori più madornali dentro le loro braccia. E’ tardi, penso.

Delle loro identità fiere e di quegli sguardi che di là dal Mediterraneo emanano fuoco e magnetismo, qui è rimasta solo la scintilla della sopravvivenza e la forza elementare del più forte sul più debole. Li vedo sfaccendati su un marciapiede, come a cercare di ricordare un nome che hanno perduto, oppure a lavorare come schiavi, nelle scatolette 3 metri per 3 che in una città dal cielo in coma hanno barattato con le loro spiagge di corallo, per inseguire un numero e della carta. Mi chiedo se il livello di stupidità dell’essere umano non si approfondisca per caso in maniera direttamente proporzionale a quella del suo sviluppo tecnologico e scientifico. Incrocio lo sguardo triste di un indiano in mezzo alle macchine e mi viene voglia di chiudere gli occhi e di aggrapparmi alle immagini di un’isola che, forse come lui, ho lasciato indietro. Penso al pesce fresco, ad alberghi di legno e lampade di carta, a un mondo che se spira il monsone si permette di volare via senza tante preoccupazioni. Ma intanto Milano mi assedia: nei negozi sono sotto osservazione perché viaggio con un pesante zaino e potrei nascondere l’intenzione di rubare, mentre in strada devo restare guardinga ad ogni passo, per la tendenza agli scippi che hanno queste strade e per i tram e le auto che mi minacciano da ogni lato. Sopra intanto il cielo sembra boccheggiare come un pesce buttato a terra e poi dimenticato. Quando il commerciante arabo non mi accoglie come fossi sua sorella ci resto quasi male. Il mio pensiero corre al Maghreb, all’Egitto, e nell’atteggiamento diffidente e furtivo che gli arabi hanno assunto per queste strade, quasi perdo il senso dell’orientamento. E non è finita: per quanto possa prendermi cura di me e salvaguardare i colori de miei pensieri fuori da questo mondo grigio e agonizzante, non posso nascondermi il pensiero che l’immagine che dell’extracomunitario possiede l’italiano che non viaggia è solo questa. Questo coagulo di pallore generato da paura, smarrimento, nostalgia di casa e sradicamento misti al sogno di un’Europa che tradisce nella sua distorsione quando a costo di tutto finalmente arrivi a toccarla. Ed eccoti l’arabo, il pakistano, il bengalese, il sudamericano, l’est-europeo. Così come pretende di conoscerlo l’italiano. Lo stesso che crede di vivere in una delle società più avanzate e non si rende neanche conto che gli hanno tolto il cielo e che perfino l’acqua non si può più bere. La capacità della mente umana di vedere solo ciò che vuole e di raccontarsi favole è agghiacciante. Ripenso a quanti miei amici sul Mar Rosso sognino l’Italia e da anni cerchino di raggiungerla in tutti i modi, senza successo. Vorrei fermare il mondo, vorrei dire loro: “Fermatevi e guardate cos’avete intorno, perché noi l’abbiamo rotto…” Chi seguirà il treno che è deragliato, e oltretutto con quel tipo di foga e di urgenza, deraglierà lui stesso. La storia delle nazioni ce ne mostra tanti esempi, se letta nella giusta maniera. Ma ora vorrei soltanto chiudere gli occhi e riaprendoli trovarmi ancora tra un caffè beduino e una canna da pesca nel mare, filando braccialetti coi bambini sulla strada, per dare un piccolo contributo alla modestia e alla semplicità del mondo, sotto un cielo di vero blu.

Sonia Serravalli

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