L'INSOSTENIBILE PARODIA

Incastrata tra Medio Oriente ed Occidente

| di Sonia Serravalli
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Buongiorno! Era la primavera 2007 quando scrissi queste pagine:

 

Dahab è il luogo in cui si dimagrisce tutti, prosciugati dal vento, dai pochi soldi e dalla poca voglia di mangiare durante il giorno. E' il luogo in cui, da ogni terrazza segreta, il cielo s'impreziosisce di una Via Lattea che è un velo di sposa. Questo cielo di brezza marina e stelle chiare è mite, generoso, pieno d'affetto.


Oggi ho assistito alle performance di un nuovo personaggio di cui scrivere. Egiziano vissuto per cinque anni a Londra, si comporta senza sosta come un attore di teatro o di cabaret. Senza nessun imbarazzo, recita a memoria le poesie che scrive in arabo o in inglese. Orfano di padre da giovane, è passato attraverso ogni tipo di dipendenza e di rabbia e conosce bene il dolore. Ha molto da dire, e come molti, grandi potenzialità sprecate per un luogo artisticamente acerbo come Dahab. Debutta pessimamente questa mattina, bussando al portone in legno di Ali da cui facevo colazione, con la richiesta di accendersi uno spinello. Dice che poi andrà alla moschea a pregare, ma che ora di allora sarà sobrio. Ridiamo scuotendo la testa per le contraddizioni del mondo.


Il nuovo amico si chiama Osama o forse Mike. Racconta del tempo successivo all'11 settembre a Londra, di quando un’amica gli chiese: “Ma qual è il tuo nome vero, Mike?” La risposta, e poi il ghiaccio. “Okay, allora preferisco chiamarti Mike.” Il senso d’impotenza e di rabbia ogni volta che in Europa si presenta. La violenza del dover nascondere perfino il proprio nome. Mi chiedevo se mai qualcuno dei miei amici non viaggiatori pensassero mai ad episodi del genere, che per qualunque onesto lavoratore arabo in occidente sono all’ordine del giorno.


Poi anche Ali e tutte le sue storie. Un altro uomo con importanti cicatrici lungo il corpo. Se a uno di questi uomini chiedi cos'è stato, la risposta non può che superare un: “Sai, la durezza della vita... un incidente”. E quanto ancora. Attraverso quegli occhi scuri, mi sono immaginata i suoi anni in Svizzera per tutti quei mestieri diversi, gli occhi di tutti addosso a ogni bar in cui vuoi bere un caffè, solo perché sei arabo. Tutti gli avventori a girarsi a guardare, sistematicamente e sempre, solo perché la tua faccia ha quel colore e quella fisionomia cui a un telegiornale daresti subito una sola definizione, per la deformazione cui in pochi anni ci siamo fatti incanalare come mansuete pecorelle. Riusciamo, io e i miei cari, a immaginare ogni giorni così se fosse capitato a uno di noi? Con la nostra stessa buona coscienza e volontà di lavorare, con la nostra stessa fedina penale pulita? Perché era stata questa la situazione di Ali all’estero, e di milioni di persone come lui, e continuava ad esserlo, esacerbatasi oltre quel che già era dopo l'11 settembre.


Pizzetto, pelle di cuoio, occhi segnati, capelli ricci. A casa mia fin da bambina sarei stata portata a definirlo, nella migliore delle ipotesi, “faccia da delinquente”. Questa sera quella faccia l'ho baciata e accarezzata per ore. Fosse anche solo per vendicarmi della mascherata dei pregiudizi, collezionando decine di storie della sua vita vissuta.  A nessuno fuori da Dahab interessa niente che una tale faccia nasconda l’anima di un angelo, che lavori come volontario per i bambini della comunità e che ti regali ogni oggetto verso cui dimostri la tua ammirazione. Forse a casa non mi crederebbero neanche, “Immagino tu ora sia bellissima, stai attenta ai musulmani!”, mi scrive mia madre.
Quando ho baciato le sue vene ho baciato tutta la storia del suo sangue. Quando l'ho guardato negli occhi e nelle labbra, per ore ho guardato il mio amore disarmante per tutte le persone e per i mondi per cui disperatamente cerco un lasciapassare. Un salvacondotto. Dietro quei visi da terrorista, così tanta sapienza, così tanto fuoco sacro e umanità.


Quest’amore per ciò che fin da piccola mi hanno insegnato a temere è fuori controllo, domina la mia vita e mi riporta a Dahab. In questo posto in cui ci guardano strano, noi “ricchi” e “civilizzati” occidentali, quando chiudiamo ansiosamente la bicicletta perfino all’interno dell’albergo, e quando reagiamo col rifiuto e la chiusura alla spettacolare curiosità e generosità di beduini ed egiziani verso i nostri bambini. E’ stato “Faccia Da Delinquente” a dover spiegare alle prime donne europee qui come reagire a tali sincere manifestazioni d’affetto. Che datteri e pistacchi che i passanti regalano ai piccoli non sono drogati. Qui i bambini sono sacri per tutti. Bell’esempio che diamo, con questo terrore che ci portiamo sempre addosso. E magari sei svizzera, francese, tedesca. Qui gli abitanti della polvere e di un pasto al giorno si chiedono da che mondo d’inferno veniamo... e come ci ha ridotti “il benessere”. A volte mi vergogno.

Sonia Serravalli

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