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TRA ITALIA ED EGITTO

Le persone che tengono su il mondo

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18 marzo 2007 sul volo di ritorno, Boeing 757

Di nuovo Italia. Di nuovo la mia lingua, lo stile dell'italiano in viaggio, la pulizia plastificata di ambienti e riviste. Sono circondata da italiani dopo un periodo che mi sembra una vita e mi sento italiana solo per caso. Il mio spirito di adattamento estremo e la mia facilità quasi patologica ad amalgamarmi con il prossimo mi fa immaginare che io mi comporti, parli e ragioni come gli italiani solo perché per caso in un lungo lasso di questa vita mi sono trovata lì. Non per qualcosa di più profondo che possa risalire al DNA, all'identità nazionale o alla memoria storica. Queste le mie impressioni di oggi. Il mondo è il mondo, ed è quello la mia casa.

Poco fa ho riattraversato il Sinai in macchina a fianco dell'autista locale con l'usuale sigaretta che non mi concedo in Italia, specie se in ambienti chiusi. Qui fa ormai parte di un rituale di una vita giocata sull'orlo di maggiori libertà e maggiori dittature, a seconda di dove si guardi, nella quotidianità delle piccole azioni. Dentro quella macchina, attraverso le montagne d'oro, ascoltando musica egiziana coi pori spalancati, ho ricevuto un'impressione fortissima. Mi sono sentita come un pazzo jolly, una principessa viziata, una vagabonda privilegiata, pensando a quanto calore le persone mi fanno sentire da dovunque io parta e dovunque io arrivi nel mondo. Ho ricordato la frase di Michael Stipe dei REM: “E' più facile partire che essere lasciati indietro. Non sono mai stato orgoglioso di partire.” Ho immaginato o forse ho capito che tutte le persone che fanno da contorno alla mia vita sono i veri eroi del mondo, i veri artefici della mia realtà, dei paesi esotici e di casa. Sono loro che, con sacrifici che io non posso neanche concepire, tengono su il mondo che amo, così come lo amo. Io vado avanti e indietro, loro sopportano i miei capricci e i miei sogni, le mie opere d'arte e le mie delusioni, restando lì a braccia alzate a sopportare la fatica di tenere su i miei luoghi con un sorriso.

Ho avuto l'impressione fortissima di essere circondata ovunque da persone care, che reggono tutta la bellezza dei paesi per me, senza mai farmi sapere quanto ciò costi, dietro la forma di omertà più nobile e sacra che io possa immaginare. Affinché persone come me possano goderne e crearne poemi, loro, nascosti dietro un condizionatore, un muro scuro o un enorme monitor, devono restare fermi in quel girotondo di braccia alzate e sopportare la fissità di ogni luogo e la pesantezza di ogni immobilità, reggendola. E' così che mi sono sentita amata oltre ogni possibilità di restituzione.

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