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TEMPORALE A DAHAB

Notte di gennaio 2011

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Per un quarto d’ora mi fermo a guardare le nubi e i lampi nello spiazzo del ponte, con un cane che mi ha scelto come sua capobranco, mentre aspetto un amico. Sì, a Dahab questi cani liberi vivono con angustia l’assenza di un padrone e sono alla costante ricerca del loro maschio alfa.

Non avevo mai visto lampi e fulmini a Dahab prima d’ora. Ora cominciano anche i tuoni. Appena l’amico arriva, partiamo in cerca di una birra e dell’esperienza del temporale - non sarei mai stata a perdermela al riparo.

Al Ristorante Meya Meya, sei o sette ragazzotti stanno già correndo come ossessi per mettere al riparo cuscini e tappeti. Ci sediamo a un tavolo spoglio tra due falò e i lampi e da lì ordiniamo le birre. Tolgono la corrente, rimangono le candele, i fuochi e il vento di burrasca. Sembra di stare in barca.

Comincia a piovere, tra saette che superano la bellezza dei fuochi artificiali. Io sono elettrizzata, le sento attraverso le mie vene da prima che arrivino sul Sinai. A ogni tuono ridiamo come pazzi e gli egiziani con noi. Poi, pioggia grandine e temporale con fulmini sul mare davanti a Dahab! Resistiamo dieci minuti, tra i falò che fumano impazziti per l’acqua sul fuoco, poi la pioggia inizia a penetrare dai nostri ombrelloni in paglia e ha inizio la grandine.

Penso al cagnolino che stava con me mezz’ora prima, in cerca di una guida, prevedendo i tuoni. Scappiamo anche noi nel piccolo magazzino-cucina di questi ragazzi, in cui stanno ammassate pile di materassini e cuscini salvati in extremis. Loro sono mezzi nudi, sgocciolano e c’è odore di notti di giugno mescolato al puzzo di sudore. La grandine qui è impressionante. Ci fumiamo una sigaretta, stipati tra loro, godendoci lo spettacolo dal davanzale del cucinotto. Faccio foto, tra una goccia e l’altra.

Appena si ferma la grandine, camminiamo sotto la pioggia per andare a mettere al riparo materasso e apparecchi in casa sua, in cui entra l’acqua - come in gran parte delle case qui. Il ponte è ricoperto di grandine come vetro rotto, chi ci passa la fotografa. Un cane ci viene incontro fradicio piangendo, non abituato a questo tempo, come del resto tutti i locali. Forse è il primo temporale della sua vita. E’ una meraviglia di gente dispersa per la strada, preda dello stupore come i cani, fuggi fuggi di camerieri a riparare gli arredi dei bar beduini all’aperto, capannelli di lavoratori e turisti a ogni antro e fulmini multiformi come mai ne ho visti in Italia: più simili a fuochi artificiali che a scariche elettriche.

Casa sua è allagata, per raggiungerla camminiamo nell’acqua alta con le scarpe zuppe. Dall’altra parte del mare continuano lampi cocciuti: è ben visibile che in Arabia Saudita sta avvenendo il disastro. Sgoccioliamo.

Ritorno a casa sotto una nuova pioggia, acqua anche da me e black-out dopo dieci minuti dal mio ingresso con relativo “spaludamento”. Si resta senza internet, senza luce, senz’acqua, senza niente se non se stessi con la notte temporalesca e lunare. Non ho idea di che ore siano e la cosa mi piace; le ore sono volate e appartengono al fulmine.
Scrivo dopo aver disseminato quattro candele per la stanza. Resta il poco di batteria del computer e poi solo la luce del satellite femmina che si è già liberata dalle nuvole, a un passo dal plenilunio.

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