La Primavera, le viole mancate e l’Estate a Restellone

RICORDI DI UNA BAMBINA DI RESTELLONE (sesta parte)

| di Mariarosa Bugini
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E’ arrivato finalmente il bel tempo che noi bambini aspettavamo con impazienza dopo il freddo dell’inverno. Liberi adesso di scorrazzare in cortile tutto il giorno con i nostri giochi piu’ divertenti: correre, saltare la corda, moscacieca, palla prigioniera, un due tre stella, “la rèla”, nascondino, “te ghe l’è”, bandiera, pattini a rotelle, mondo e qualche volta anche al dottore. Quando capitava di giocare al re e alla regina ero sempre io la Regina e Valentino, un bambino dolcissimo che mi piacerebbe tanto rivedere, era il Re mio marito. 

C’erano anche le cantilenePrestinè l’è cott el pan ?” “La bèla lavanderina”, “Auli’, aulè”, “Ciàpa el tram balurda” poi ancora tante altre che purtroppo non ricordo piu’. Nel cortile eravamo quasi tutti coetanei e i maschietti erano i piu’ numerosi. Io preferivo loro alle bambine perché i loro giochi erano piu’ irruenti. I maschi e io confezionavamo piccoli coni di carta (i bussolotti), con uno spillo nascosto infilato nella punta. Con un piccolo tubo di metallo o di plastica “sparavamo” i bussolotti contro la squadra avversaria. Era un gioco coinvolgente, ricco di corse, di imboscate e con il sottile brivido del pericolo di venire colpiti.

Poi, con la bella stagione, i maschi con assi di legno, ne occorrevano almeno sei rimediate nelle cantine, passavano le giornate a costruire, con grande impegno di chiodi, martello, cinque piccole ruote di ferro e contusioni varie, quello che poi chiamavano pomposamente “il carrellotto”. Una volta ultimato, stando sdraiati su questo, a pancia in giu’, tentavano ardite manovre per percorrere in velocità l’esiguo marciapiedi del cortile. Nonostante giocassi da tempo con loro non ho mai potuto provare l’ebbrezza del carrellotto perché i maschi dicevano che era troppo pericoloso anche per una femmina come me. 

Ogni anno a primavera, quando nei prati iniziavano a fiorire le prime viole mammole, nel cortile si verificava un fatto curioso. I ragazzi e le ragazze piu’ grandi della casa, che ritenevano disdicevole mescolarsi e giocare ancora con noi piccoli , spuntati in cortile dal nulla, si radunavano molto velocemente in un angolo della portineria,(dove era vietato sostare) tenevano fra di loro e a bassa voce un veloce conciliabolo per poi eclissarsi nuovamente.

Dopo qualche giorno, di pomeriggio, avevo la sorpresa di vederli riapparire davanti al portone, tutti con le biciclette a mano e pronti per andarsene. Anche se ero piccola captavo l’elettricità che li circondava e avrei tanto voluto conoscere il loro segreto. Negli anni i ragazzi e le ragazze variavano, alcuni si aggiungevano, altri lasciavano, ma la risposta alla mia domanda, mai cambiata nel tempo, è sempre stata questa : “Andiamo lontano a raccogliere viole e tu non puoi venire con noi perché sei troppo piccola” Con falsa noncuranza allora, tentando di giocare, attendevo impaziente in cortile il loro ritorno per ammirare almeno le viole raccolte, come premio di consolazione. Quando, quasi a sera, i ragazzi rincasavano, sorridenti e accaldati, viole non ne portavano, però erano felici, sempre.

Poi c’era IL CAF : non so perché lo chiamassimo cosi’ non ne ho la piu’ pallida idea. Era un luogo misterioso vietatissimo dalle nostre madri forse perché era un prato incolto un poco lontano dal cortile, dove svettava una imponente cabina elettrica. Non ricordo come noi, i piu’ temerari del gruppo, riuscissimo qualche volta a raggiungerlo, ma un luogo cosi’ vietato era una tentazione troppo forte alla quale non potevamo assolutamente resistere. Durante il seppur breve percorso, che per noi allora già era un’avventura, ci inventavamo di trovare fiori rari, io almeno, bestie esotiche e serpenti velenosi, i maschi. Niente di tutto questo siamo mai riusciti a trovare durante le nostre scorribande, soltanto e solo qualche volta, un bottino di maggiolini. A casa li mettevamo in contenitori di cartone con piccoli fori e i maggiolini, dibattendosi nel piccolo spazio, facevano un rumore continuo, un borbottio di minestrone che sobbolle. Il mattino seguente, esausti i maggiolini , esausti anche noi, appagata la nostra sete di conquista con l’avventura del giorno precedente, li lasciavamo liberi di volarsene via. Qualche volta, di sera, accompagnata da mio padre, andavo a cercare le lucciole. Il mio entusiasmo per loro si è presto esaurito perché, osservandole con attenzione alla luce del giorno dopo, private dall’incanto della loro luce intermittente, assomigliavano a mosche nere e brutte. In prossimità del CAF c’era una grande siepe di Sambuco. Noi bambine ne coglievamo i fiori e infilando il microscopico centro delle corolle, con l’ ago e il filo da imbastire, realizzavamo delicate e profumatissime collane.

Mariarosa Bugini

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