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Carte da gioco milanesi tra storia, cultura e folklore

| Categoria: Attualità | Articolo pubblicato in Spazio Aperto
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Leggere il passato attraverso i grandi avvenimenti e le vicende degli uomini che hanno inciso una traccia profonda del loro passaggio sulla Terra è solo uno dei tanti modi di interpretare e capire la Storia. Spesso sono i piccoli ritagli di vita quotidiana a regalare uno spaccato rilevante degli usi e costumi dei nostri antenati. Una delle vie più interessanti per comprendere il mondo antico, almeno dal basso Medioevo fino ai tempi più recenti, passa attraverso le carte da gioco. Quell'universo simbolico impresso nei mazzi siciliani, napoletani, piacentini, romani, lombardi e milanesi (solo per citare alcune delle varianti diffuse sul territorio nazionale) da sapienti maestri artigiani (almeno fino all'epoca dell'industrializzazione e della produzione in serie), racconta non solo la storia del folklore locale ma fornisce anche un'intrigante cartina di tornasole sul sentire della società a livello trasversale. Le carte del resto erano maneggiate sia dai regnanti che dagli umili frequentatori delle baratterie (i casinò dell'epoca) e nonostante la divisione di classe, trasmessa anche dalla diversa qualità dei mazzi completi più antichi giunti fino a noi, i giochi che si svilupparono e diffusero a macchia d'olio a partire già dal '400, non solo in Italia ma anche nel resto d'Europa, erano più o meno gli stessi per tutti.


Milano fu in qualche maniera pioniera in questo nuovo passatempo che pare abbia iniziato a diffondersi in città, all'inizio in maniera ridotta e limitata, già dai tempi delle crociate quando i pellegrini, i mercanti e i cittadini in armi di ritorno in Patria iniziarono a spandere nel territorio meneghino i mazzi di carte e i giochi degli arabi.

Alla corte di Gian Galeazzo Visconti, il duca di Milano che estese il potere della città lombarda su vasti territori del Nord Italia, le carte erano uno dei passatempi preferiti dei cortigiani tanto che quando nel 1389 sua figlia Valentina convolò a nozze con Luigi di Turenna, portò in dote al novello sposo anche un “mazzo di carte di Lombardia”.

Anche uno dei più antichi mazzi di tarocchi del mondo e senz'altro il più antico d'Italia si trova a Milano nella Pinacoteca di Brera. Si tratta del Sola Busca, dal nome dei precedenti possessori (il conte Sola e la marchesa Busca) dai quali, nel 2009 il Ministero dei Beni Culturali acquistò la preziosa testimonianza con diritto prelazione. Questo è uno dei mazzi di carte più insoliti e curiosi della storia, risalente alla metà del XV secolo, rappresenta un'autentica pietra miliare per i mazzi di carte da gioco che si diffusero nelle corti italiane e del resto d'Europa. I nobili amavano intrattenersi con i “triumphi” (così erano chiamati i tarocchi all'epoca) e questo mazzo di 72 carte databile intorno al 1471, presenta già i semi italiani (denari, spade, bastoni e coppe) e una vasta iconografia che richiama temi alchemici come la trasmutazione della materia e la pietra filosofale.

Mentre a corte ci si cimentava con raffinati giochi dalla chiave di lettura ermetica, in città e nelle baraterie (le bische clandestine dell'epoca) si diffonde il gioco dello Zarro (l'antenato del poker), parola curiosamente rimasta in uso nel dialetto milanese per indicare giovani di bassa estrazione sociale e dai modi rozzi (sinonimo di tamarro).

Il gioco era così diffuso nella “Milano ludens”che destò presto preoccupazione nelle alte sfere del potere tanto che risultano almeno due editti per limitare questo fenomeno, uno dei quali risalente al 20 gennaio del 1418, emanato dal Vicario di Provvisione di Milano che prevedeva una pena di dieci fiorini (florenosdecem) per chi adescava giovani sotto i 20 anni a queste pratiche al limite della legge. Sulla stessa falsariga l'editto del 1º dicembre del 1531 del duca Francesco Sforza che fece redigere un documento contro la "barataria” rivolto in particolar modo contro il maledetto gioco dello zarro. Se probabilmente il passatempo delle carte arrivò in Francia diffondendosi proprio dal Nord Italia, i semi francesi (cuori, quadri, fiori, picche) “ritornarono indietro” intorno alla seconda metà del XVI secolo e iniziarono a diffondersi in tutti quei territori dove era forte l'influenza della casa reale francese. Proprio per questo le carte lombarde, le toscane, le genovesi e anche le piemontesi presentano gli stessi simboli presenti nei mazzi d'oltralpe e in gran parte del mondo.

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