Partecipa a Sesto Daily News

Sei già registrato?

Accedi con e-mail e password

"OPEN ARMS I SEGRETI DELL'ISOLA" di Gennaro Loffredo

Un luogo di accoglienza per chi ha fallito nel quale avere una seconda possibilità per riscattarsi dalla vita, un’isola sperduta del Pacifico.Questa è Open Arms.

Condividi su:

BIOGRAFIA AUTORE

Gennaro Loffredo, nato a Pozzuoli il 4 luglio 1971 è diplomato in lingue e letterature straniere. Ex pianista, cantante e compositore, coltiva l’interesse per gli scacchi, l’astronomia, il cinema e la letteratura, in special modo straniera; legge soprattutto classici, thriller ed horror.

È al suo primo romanzo, concepito in seguito ad un sogno ricorrente.

PRESENTAZIONE

Caro Lettore,

Open Arms è un isola sperduta nel Pacifico, dove sorge una società tecnologicamente avanzata, un paradiso futuristico nel quale è possibile darsi una seconda opportunità.

L'improvvisa scomparsa dell'uomo che ha reso possibile questo miracolo, il governatore Cassini, desta più di un sospetto: Cassini sembra essersi dato fuoco, ma alcuni particolari lasciano supporre che possa essersi trattato di un brutale omicidio.

Il neo governatore decide, così, di affidarsi ad un detective tra i migliori in attività: John Barnard di Plymouth, in realtà un neofita che si è involontariamente ritrovato ad avere una straordinaria quanto fasulla reputazione.

Seguito dal suo improbabile team ed a dispetto della sua totale incompetenza, egli cercherà di risolvere il caso.

John e la sua squadra daranno adito a tutta una serie di situazioni esilaranti, paradossali e grottesche, ma avranno anche l'occasione per confrontarsi con un nuovo e sconcertante mondo.

Reggetevi forte... il viaggio sta per cominciare!

* * * 

Non voltare pagina, prosegui la lettura…

Una nota dell’autore

Caro lettore, diamoci pure del tu. Non ci tengo ai formalismi e spero sia così anche per te. In fondo siamo uguali: entrambi possediamo un cuore e ci sforziamo di far funzionare il nostro cervello… direi che basta. La storia che ti appresti a leggere è solo il frutto della mia fantasia, di un ideale al quale mi sono aggrappato. Ma vi potrai trovare anche quelle tristi verità che affliggono la maggior parte della gente, spesso rivisitate in chiave comica, ma non per questo meno efficaci. Se credi che il linguaggio adottato nel mio romanzo possa turbare la tua sensibilità allora non voltare pagina, ma sappi che quel linguaggio ti insegue ovunque tu vada, e se ne sei consapevole allora prosegui pure la lettura, perché non vi sarà oscenità che ti offenda.

Se credi che le allusioni o le immagini di sesso evocate possano disgustarti allora non voltare pagina, ma considera che internet, la tv e le riviste attorno a te ne fanno continuamente uso e se ti sei assuefatto anche tu a tutto ciò allora prosegui pure la lettura, poiché nulla ti scandalizzerà. Se credi che la politica odierna abbia ancora i suoi ideali da difendere allora non voltare pagina poiché ne rimarresti deluso, ma sappi che l’aria che respiri è aria corrotta e se ti sei accorto anche tu del tanfo allora prosegui pure la lettura, giacché non vi è ribrezzo contro il quale tu non sia vaccinato. Se nonostante tutto il male che ci circonda credi ancora in un’idea che si fondi sul rispetto e sull’amore verso il prossimo allora ti esorto a proseguire, perché sarà facile che la tua idea combaci con la mia. Non sono un genio, né un gran talento… ho solo una storiella da raccontarti.

Gennaro Loffredo

* * *

Buona lettura...

OPEN ARMS 

I capitolo

Il corpulento ambasciatore dell’Azerbaijan stentava a credere alle proprie orecchie. «Spiacente, qui non si applicano favoritismi!» gli aveva ripetuto un funzionario della sicurezza. Il diplomatico aveva cercato in tutti i modi di fargli intendere con chi avesse a che fare, ma era stato inutile: quella zucca vuota non aveva battuto ciglio. Il funzionario, durante il battibecco, gli aveva spiegato che sull’isola non venivano fatte distinzioni, men che meno si teneva conto dello status sociale degli individui. In chiesa, ammesso fosse riuscito ad entrarvi, non vi erano “posti d’onore”: le panche prossime all’altare erano riservate a coloro i quali le occupassero per primi. «Buon senso!» aveva concluso. Buon senso del cazzo! si era detto l’ambasciatore. Ripercorse le ultime ore di quell’orribile mattinata. Era approdato all’isola dopo uno snervante volo a bordo del jet di rappresentanza, era stato scaricato sulla portaerei, infine traghettato verso quello stravagante luogo. All’accettazione era stato trattato come un delinquente della peggiore specie. Dopo le classiche formalità lo avevano perquisito da capo a piedi, gli avevano controllato il contenuto dei bagagli, poi, non contenti, lo avevano rinchiuso in una saletta e fatto denudare.

Al solo ripensarci sudava freddo e si detergeva la fronte con un fazzoletto. Ci mancava solo che mi ficcassero un dito su per il culo! In tutta la sua vita non si era mai sentito così umiliato, ma doveva fare buon viso a cattivo gioco: era la regola numero uno del perfetto Diplomatico. In simili circostanze, il suo modo di trattenere l’ira consisteva in una serie di movimenti irregolari del collo durante i quali agitava a scatti due occhioni indipendenti e srotolava la sua lingua allungandola verso un bersaglio determinato, come a volerla appiccicare ad un insetto appena intercettato. Concludeva la pantomima con un principio di starnuto che implodeva regolarmente nel suo ventre, con l’effetto di risultare tragicomico. Talvolta, con questi suoi tic poteva rievocare un essere mitologico, metà uomo metà rettile: il masculum-cameleon. Durante il viaggio si era grossolanamente documentato sugli aspetti geografico-folkloristici della piccola isoletta. Open Arms, rifletté. Isola indipendente a sud del Pacifico, abitanti 15.000 circa, clima mite. Troppo poco per un ambasciatore serio!

Riaprì l’opuscoletto e lesse per sommi capi: «… Sull’Isola non circola moneta, solo credito… Tutti lavorano e possiedono villetta con giardino… Non vi sono armi né oggetti simili… Le droghe leggere sono liberalizzate, d’altra natura irreperibili… La popolazione partecipa attivamente alla vita di Governo ed alle strategie politiche, sia per questioni interne che affari esteri… È tassativamente proibita ogni forma di violenza, anche solo verbale; nella fattispecie: ingiurie, schiamazzi ed altre scurrilità, verranno segnalate al governatorato… È d’obbligo mostrarsi socievoli verso tutti: un qualsiasi cenno di saluto o scambio di cortesie è considerato “il primo mattone”, la base sulla quale si fonda l’intero progetto Open Arms… Eventuali infrazioni alle regole non saranno punite con mezzi tradizionali: non sussistono forme di detenzione, eccetto la custodia cautelare da scontarsi in ambito domestico. La forma più utilizzata per scoraggiare le manchevolezze consiste nell’ammonire chi è in fallo, come avviene nel calcio: alla terza sanzione si applica il “punto di non ritorno”, ovvero si finisce fuori dall’Isola». Questo era tutto ciò di cui era venuto a conoscenza. È scandaloso! si disse. Questi sono fuori dal mondo, un’isola di pazzi!

La vedeva come una sorta di moderna Atlantide, fatta di regolette all’acqua di rose, radicale e perbenista, ma soprattutto poco incline a riconoscere i tributi dovuti ad un personaggio della sua ‘levatura’. Come possono fottersene di me? Razza di rottinculo! Eppure, egli doveva ammettere che nessuno gli era stato scortese, lo avevano considerato come una persona qualunque. Questo feriva il suo amor proprio, la sua dignità quale servitore di una florida Nazione. Continuava a rimuginarci sopra. Tornato in sé, ripensò al motivo della propria sortita. Era venuto per partecipare al lutto originato dalla scomparsa del governatore Cassini, leader e fondatore di quella barzelletta che veniva spacciata come “Società del futuro”, come nuovo “modello di sviluppo” e bla bla… Puah! Si guardò intorno alla ricerca di un punto di riferimento. Dalla sua posizione la chiesa si intravedeva appena; era sommerso dalla calca. Durante gli inevitabili urti i malcapitati gli rivolgevano un cordiale cenno di scuse, cosa che lo faceva ulteriormente uscire dai gangheri… li avrebbe volentieri mandati a farsi un clistere a base di ‘long John Holmes’. Tutto ciò è farsesco, pensò mentre cercava invano l’occhio di una telecamera che lo riprendesse a testimonianza della sua venuta.

Qualcuno dovrà pur essere informato che l’ambasciatore azerbaijano si è unito al cordoglio! In parte lo sollevava il fatto che una moltitudine di personaggi di calibro internazionale, compresa l’arcinota amichetta del conosciutissimo ministro Kukù, condivideva il suo disagio. Si rassegnò all’idea di dover assistere alla funzione dalla piazza antistante la chiesa. All’accettazione gli avevano riferito che erano previste circa 3.000 presenze, le quali si sarebbero aggiunte alla popolazione locale. Riconsiderò quelle straordinarie circostanze. Fatte le debite proporzioni, tremila anime erano un’enormità: era scontato che l’Isola sarebbe affogata. Per vincere l’attesa, decise di attaccar bottone con il vecchietto alla propria destra. Nonostante la pesante atmosfera, sembrava un personaggio simpatico: indossava una tesa e stivali da cowboy corredati da speroni di gomma, sul gilet aveva appuntata una stella da sceriffo, aveva le tipiche gambe arcuate, come chi era solito cavalcare in sella a grassi pony. Nell’insieme aveva un aspetto che ispirava bonarietà. L’ambasciatore non poteva certo sapere che quell’ometto, Humphrey James, aveva qualcosa di più che il solo look da pioniere del vecchio West .

L’Ambasciatore gli accordò un cenno che voleva essere di rimando ad un saluto. Poi aggiunse: «Gran brutto affare, la morte!» Il vecchietto lo osservò per la prima volta; dapprima non si era reso conto che qualcuno gli avesse parlato. Ripresosi dal torpore, strizzò gli occhietti e disse tutto d’un fiato: «Cooorpo di mille ambasciate! Voglio passare il resto dell’estate standomene seduto sul più spinoooso cactus del deserto dell’Arizona se la tua carcassa non ha ragione!» ed aggiunse, «l’hai detto tu, amico! proooprio un brutto affare!» e gli diede una tale pacca sulle spalle che per poco non lo fece stramazzare al suolo. Il diplomatico ebbe una piccola crisi delle sue e, seppur sorpreso dal gergo e dalla forza del nonnetto proseguì: «Di cosa soffriva?» Il vecchio ripensò alle circostanze. Gli si inumidirono gli occhietti, un fiumiciattolo percorse la sua guancia raggrinzita fino a formare sul mento un minuscolo delta stagnante, destinato a disperdersi sul collo. «Oh! Nessuna malattia, vecchio mio», aveva la voce rotta dall’emozione e singhiozzava. «Ti hanno informato male, sigh! Il Governatore si è suuuicidato! Kaput!» Cristo Santo! pensò l’ambasciatore. Un uomo che aveva tutto: potere, fama, donne, l’Isola e chissà che altro! Lo immaginava vedersela spassare a destra e a manca, mentre tutti gli leccavano il culo. Poi, come in preda ad una visione mistica, lo vide depresso, stanco e stressato. Fantasticava sulla scena della sua ultima ora: aveva preso una dose massiccia di sonniferi e si era recato in camera da letto, si era addormentato e … «Una morte serena!» rifletté a voce alta. «Macché!» gli fece il vecchio di rimando. «Si è dato fuoco! è arso vivo!» e concluse, «proooprio un brutto affare!»

2 capitolo

Non vedevo l’ora di parlare a Chris della mia idea. Alla fine avrebbe acconsentito. Era il mio migliore amico ed avevo sempre avuto un forte ascendente su di lui. Ammetto che, in alcune circostanze, i suoi modi potevano risultare alquanto stravaganti e che il suo cadaverico aspetto non avrebbe aiutato la causa, ma Chris era un genio, Chris era “il” genio, l’uomo che mi ci voleva. Magari si sarebbe messo dapprima a protestare, un pessimista nato, ma alla fine lo avrei convinto a seguirmi; d’altronde la struttura doveva mettercela lui. A pensarci bene, avrebbe anche dovuto finanziare il progetto, ma la cosa non mi preoccupava. Lo avrei convinto a diventare mio socio. Eravamo cresciuti insieme, io facevo da motrice e lui da rimorchio, eppure, in quanto a talento… al suo cospetto ero zero. Chris era un inventore nato. Nonostante fosse costretto a gestire un’agenzia di onoranze funebri, tra le miriadi possedute dal papà, nei suoi ritagli di tempo creava e disfaceva. Montava, clonava, filtrava, mescolava, calcolava, teorizzava… a volte concretizzava.

Ricordo come tutto cominciò; a quei tempi eravamo adolescenti. Un giorno mi condusse nel suo scantinato e mi mostrò la sua prima invenzione: la sedia a due gambe! Era partito dall’assioma che l’essere umano è dotato, salvo amputazioni, di due arti inferiori. Secondo la sua logica, per una sedia due supporti sarebbero stati più che sufficienti, bastava sedersi tenendo le gambe larghe e ben incollate al suolo. Ne fui entusiasta e volli provarla. A parte il fatto che si stava un po’ scomodi, che la sedia oscillava e che alla lunga ci si stancava, lo abbracciai! Gli dissi che necessitava solo di qualche ritocco, ma senza dubbio sarebbe diventato un arredo indispensabile in tutte le case della Cornovaglia. Spronato dal mio incoraggiamento si mise immediatamente a lavorare sul modello a tre gambe, concepito per mutilati di guerra. Intuii che quella sarebbe potuta essere la sua strada. Con il passare del tempo, i suoi progetti si facevano sempre più astrusi. Ne ricordo ancora alcuni: la porta senza pomello, la bicicletta senza ruote e lo yo yo senza cordicella. Le invenzioni degli esordi erano sempre mancanti di qualcosa. Lo indirizzai verso soggetti che non dovessero necessariamente essere privi di parti. Venne fuori quasi il suo meglio.

Purtroppo gli effetti collaterali suscitavano la mia perplessità. Ad esempio, ricordo quando inventò la “lampadina a scissione subatomica”: emanava una luce accecante. Chris ne sconsigliava l’utilizzo in ambienti “caldi”. Infatti, spiegò, nei casi in cui l’aria circostante avesse raggiunto una temperatura al di sopra dei 99.9°F, si sarebbe verificato un noioso inconveniente. A quel punto, il calore avrebbe sovraeccitato i nuclei subatomici di idrogeno, i quali si sarebbero prima appesantiti e quindi trasformati in deuterio ed elio3, infine sarebbero collassati generando elementi più complessi come il ferro ed il piombo, i quali fondendo avrebbero innescato una detonazione paragonabile all’impatto provocato dalla Shoemaker-Levy 9 sul pianeta Giove e conseguente disastro di proporzioni bibliche: della vita sulla Terra non ne sarebbe rimasta traccia. Ma il suo non plus ultra doveva ancora essere partorito. Lo rivedo ad addestrare la scimmietta che dovrà testare il disco volante agli ioni di stronzio compresso, realizzato combinando elementi di cui si ignoravano, e si ignorano, le composizioni. Eccolo, dopo alcuni mesi, accingersi a depilare la cavia ed a vestirla con una tutina da bebè color ardesia fosforescente. Confesso che nella circostanza mi mostrai scettico, non per mancanza di fiducia in Chris, ma non riuscivo a comprendere che cavolo di manovre avrebbe potuto fare una scimmietta che anziché entrare nel disco si aggrappava al lampadario e non voleva più saperne di scendere. Non so come, ma il disco decollò. Lo vedemmo zigzagare tra le nubi di Plymouth e… per diversi anni non ne sapemmo più nulla.

All’inizio di questa estate leggemmo un articolo di giornale che menzionava i resti di un oggetto non bene identificato, rinvenuto nella Terra del Fuego. Al termine di accurate analisi gli scienziati non si sono ancora espressi su che accidenti di oggetto abbiano scoperto. «C’è vita nell’Universo?... Mah!». Appena misi piede nella rinomata succursale della “Happy End di Doyle and son” udii il rintocco del campanellino a morto. Non era la prima volta, ma nel sentirlo provavo sempre un groppo alla gola. L’ingresso dell’agenzia era deserto. Mi ritrovai di fronte cinque bare dischiuse, disposte in modo da formare un pentagono. Di queste, una mi impressionò per dimensioni e forma: un sarcofago in stile egizio raffigurante il dio Ra che se ne stava sulle sponde del Nilo in compagnia di un grande ibis. Questo involucro avrebbe ospitato chissà quale Faraone. Bizzarrie della moda, immaginai… Quest’anno saranno in voga imbalsamazioni e bendaggi. La sala era tutta in ciliegio ed in pregiato mogano, gli antichi arredi si confondevano con il parquet, dandoti l’inquietudine di trovarti all’interno di una gigantesca cassa da morto.

«Effetto depressivo garantito due mesi!» era solito sghignazzare il padre di Chris. Chiamai senza ricevere risposta, evidentemente il mio amico doveva essere uscito a far colazione. A meno che… Mi avvicinai alla sala adiacente. Chris poteva essersi rinchiuso a fare qualche esperimento; in questi casi andava in trance e non c’era verso di farsi udire. Bussai speranzoso, non mi andava di restare ad attenderlo nella tomba all’ingresso. «Chris?» Ancora nessuna risposta. Spalancai la porta. Fui investito da un puzzo nauseabondo, un lezzo di cadaveri putrefatti. Istintivamente mi turai il naso e serrai la bocca. Non vedevo quasi nulla, l’unica luce presente proveniva da chissà quale diavoleria in fondo a sinistra della sala. Irradiava un colore violetto, tenue ed intermittente, riusciva appena ad illuminare i contorni degli oggetti. Man mano che i miei occhi si abituavano all’oscurità notai una sesta bara, anch’essa dischiusa… ma non era vuota. Sprigionai adrenalina dai pori, ero come paralizzato. Il cuore pompava come un martello pneumatico dandomi la sensazione che uno spettatore potesse vedermelo saltar fuori dal petto, come nei cartoni, mentre un gelido sudore mi si cristallizzava sulle tempie. Tremavo. Avanzai di alcuni passi, potevo trovarmi a non più di quattro metri dal cadavere.

La luce irregolare faceva strani scherzi; a volte restava spenta per qualche secondo in più, creando intorno a me un’atmosfera irreale, alla Jigsaw. Mi sforzai di mantenere il controllo e di essere razionale: quella “cosa” doveva essere una pratica inevasa dall’agenzia. A giudicare dal fetore poteva essere lì da un paio di secoli, quel morto si sarebbe dovuto trovare sotto un paio di metri di terra da un bel pezzo, eppure... Mi avvicinai circospetto ancora di qualche passo. Ora che la mia prospettiva era cambiata, potei rilevare alcuni dettagli. Notai, ad esempio, un braccio penzolante dalla cassa. Che Chris avesse omesso di sistemarlo? Dopo alcuni istanti dovetti fare un’altra scoperta. Sul fianco destro della bara, all’altezza di una delle maniglie, scorsi che fuoriusciva una sorta di tessuto: realizzai si trattasse del lembo di un mantello. I miei neuroni si scambiavano informazioni all’impazzata cercando di dare un senso a ciò che i miei occhi andavano rilevando. Alla fine, la logica venne in mio soccorso. Alcuni giorni fa, ricordai che nel quartiere in cui vivevo c’era stata una movimentata festa in costume. Essendo per principio contrario alle cazzate non vi presi parte, ma dovevano esservi andati proprio tutti. Evidentemente Superman aveva alzato il gomito e qualcun altro doveva averglielo staccato: il tutù non rende immortali. Pensaci bene, mi dissi. Vuoi fare il detective? Qui ti si presenta l’occasione di mettere in pratica le tue conoscenze, quindi sii uomo… e vedi di capire cos’è capitato a questo travestito. Ripresi il controllo e mi avvicinai ancora. Volevo sincerarmi che quel volto appartenesse davvero a Clark Kent.

La salma, tranne per quei dettagli, giaceva sotto un lenzuolo di seta. Dai rilievi intuivo che il corpo aveva assunto una posizione innaturale, magari era finito sotto un Tir, oppure poteva essere stato colpito da un meteorite al gusto di kryptonite. Non avevo una ipotesi definitiva. Per infondermi coraggio volli pensare di non essere da solo. Così, rivolgendomi al mio illusorio compagno, recitai a voce alta: «Caro il mio Watson, se non difetto di presunzione il colore del mantello di Superman è rosso; ebbene, questo lo vedo nero. Che sia il conte di Montecristo?» Udii un tonfo sordo provenire dalla cassa. Ero saettato alla porta d’ingresso dell’agenzia, avevo attraversato due stanze in pochi microsecondi e battuto il record mondiale nella specialità del lancio di se stessi! Respiravo con affanno ed ero incazzato nero, volevo fare l’investigatore e scappavo come una verginella in fuga dall’aspirante stupratore. Dovevo rientrare. Per l’ennesima volta sobbalzai al suono del campanellino a morto. Fanculo anche a Chris e alle sue idee del cazzo! Afferrai tutto il coraggio di questo mondo, riattraversai il Pentagono degli orrori e rientrai nella sala degli esperimenti. Le lenzuola erano riverse sul pavimento. La cassa adesso era vuota. Dov’era finito Jean Valjean? «Chrrrriiiissss?» avevo sibilato. Giunse un urlaccio alle mie spalle: «Eureka!»… e svenni, come corpo morto sviene. Quando riaprii gli occhi, Chris mi sovrastava. «Accidenti a te!» esclamai irato, «mi hai fatto prendere un colpo! adesso dormiamo nelle casse? e poi che cazzo ci fai vestito da Mandrake?» Chris mi rispose: «Il party in maschera… perché non c’eri?» Mi meravigliai del fatto che il mio amico fosse uscito da quel laboratorio puzzolente, ma non volli replicare, ero troppo arrabbiato per lo spavento e così lui proseguì: «Il disgregatore di particelle sarà un successone… ci siamo, John! Il pianeta Terra potrà essere disintegrato e ricostituito a nostro piacimento!» Aveva sempre voglia di stupirmi.

Non mi era chiara l’idea, ma soprattutto, ne temevo gli effetti collaterali. «Il disgregachè?» Mi guardò felice come un bambino. «Possiamo disgregare molecole, atomi e quark, e ricomporle ad una distanza di 10.000 Anni luce!» ed aggiunse «Ad essere sinceri, qualche iarda in meno, ma preferisco arrotondare per eccesso.» Sarebbe superfluo dire che come al solito mi aveva esterrefatto. Poi il suo umore passò dall’entusiastico al pensieroso. «Purtroppo non riesco ancora a ricomporre la materia ad una distanza che non sia di 10.000 A.L. meno 14,852 iarde, non un miliardesimo di milionesimo di millimetro in più o in meno, ehm… Questione di orbite, dell’interferenza delle Pleiadi e della curvatura dell’universo.» Che cazzo avrebbe dovuto farci la Terra laggiù resta un mistero, ma a Chris ero solito manifestare sempre e comunque il mio entusiasmo, anche quando non lo capivo. «Ah queste Pleiadi!» dissi, «sempre tra i coglioni!» Poi mi accigliai e, memore delle controindicazioni, gli chiesi: «Effetti collaterali?» Abbassò lo sguardo dondolando la testa, il labbro inferiore gli sporgeva, non riusciva più a fissarmi, sembrava un bimbetto che avesse appena commesso una marachella. «Chris?... Allora?» «Durante l’operazione di disgregazione, la materia potrebbe entrare in conflitto con l’antimateria trasformando i neutrini semplici in una sostanza più complessa, che battezzerei… “neuterini” poiché per forma ricorderebbero l’organo riproduttivo femminile, i quali, aggregandosi partorirebbero un buco nero di seconda generazione in grado di inghiottire la Terra e il Sistema Solare, fino a Proxima Centauri in pochi millesimi di nanosecondi.

Ma la curvatura nel cuore della Via Lattea non ne subirebbe mai gli effetti… » e concluse, «trovandoci ad occupare una regione periferica.» Stava peggiorando! «Stai dicendomi che rischieremmo di essere tutti inghiottiti da un’immensa passera?» «Il tuo lessico non è tecnicamente corretto… ma questa sarebbe una possibilità.» Era giunto il momento di parlargli del mio progetto. Avrei voluto, prima di tutto, convincerlo a farsi una bella lavata. Purtroppo il mio amico e l’acqua erano nemici dalla notte dei tempi, ma stavolta il suo fetore andava ben oltre il limite di sopportazione olfattiva. Se ricordavo bene, la festa era avvenuta tre giorni prima, e da allora, questo cadavere putrefaceva nello stesso costume. Non osavo immaginare in che condizioni fossero le sue mutande, però sapevo che ogni mio tentativo di persuaderlo ad affogarsi in una vasca avrebbe leso il suo amor proprio. Così lasciai perdere, rassegnandomi a respirare solo quando rischiavo di finire in embolia… e mi concentrai sulla mia proposta. «Un’agenzia investigativa? No! No! e No! … e poi cosa ne penserebbe papino?» Ormai lo avevo in pugno! Quando Chris coinvolgeva suo padre voleva dire “sì!” Era solo questione di tempo e di qualche leccata. E così ribattei: «Che vuoi che dica? Sei troppo in gamba per startene qui aspettando che crepi qualcuno! La medicina ha fatto passi da gigante. Ormai non muore più nessuno!» Addolcii il tono della mia voce. «Inoltre potresti continuare con gli esperimenti senza il timore che possa arrivare papino a prendersi gioco del tuo genio!» Feci una pausa ad effetto e continuai: «Mi occuperò io di tutto, tu sarai il mio asso nella manica. Sarai chiamato in causa solo nel caso in cui le indagini dovessero finire in un vicolo sordo. Sai bene che ti lascerei tranquillo nel laboratorio e disturberei le tue ricerche solo per ragioni improcrastinabili!» Ennesima pausa e colpo di grazia! «Ho troppa stima di…» La parola magica! E pensare che Mandrake era lui! Avevo detto “stima”, e Chris trovava quelle sillabe irresistibili.

La verginella si sciolse completamente. Passai a spiegargli che avremmo trasformato l’agenzia di papino in qualcosa di “nostro”, che saremmo stati soci ed avremmo assunto un paio di segugi in gamba. Fu allora che mi cascarono le spalle; il mio più caro amico, mio fratello… il mio Totem mi chiese: «Ma tu cosa ne capisci di investigazioni?» Avrei voluto ucciderlo! Già concertavo in quale di quelle casse avrei nascosto il cadavere. «Aaaargh!» sbraitai. «Che cosa ne so io?... Moi?» vedevo sangue dappertutto, «Ma se ho letto tutti i libri di Sherlock Holmes!» ed aggiunsi, «Ho visto anche i telefilm con Peter Falk!... Vuoi che continui?» Che avessi fatto centro?! Farfugliò titubante: «Be’… stando così le cose…» Lo avevo convinto a farmi da ‘rimorchio’? Avremmo dovuto crearci dei solidi precedenti, un curriculum di tutto rispetto per convincere i paperoni più facoltosi a rivolgersi alla “DAOI” Discovery Agency of Iinvestigations’ di Barnard e socio. E così chiamammo un hacker truffaldino di mia conoscenza. La figura di Bob faceva a cazzotti con chi ti aspetti che faccia il suo mestiere. Se lo avessero visto, gli espertoni di fisiognomica si sarebbero fatti la croce al contrario, recitato il Mea Culpa ed infine avrebbero riscritto le loro teorie. E Bob era anche l’opposto fisico di Chris: scuro, villoso, tarchiato, bassino e grezzo come uno scaricatore di porto, mentre il mio amico era albino, virgineo, pallido, longilineo e leggermente effeminato, come Nick Rhodes dei Duran. Alcune leggende metropolitane sostenevano che la Microsoft, la Mc Afee ed il Signor Norton gli passassero mazzette sottobanco pur di farlo stare lontano da un pc. Ma queste società hanno sempre negato tutto e Bob fa lo gnorri, per cui non conosceremo mai la verità. Gli spiegammo le nostre esigenze. Ci chiese un paio di giorni per stravolgere completamente quella che era stata la storia dei servizi segreti di tutto il mondo. Gli raccomandai soltanto di non esagerare: in fondo contavamo di pedinare mariti che tradivano mogli e adolescenti che scappavano di casa. I Serial killer, i Vescovi pedofili ed i politici che si inculavano le Nazioni non sarebbero stati pane per i nostri denti. Annotò i nostri dati, ci fece alcune domande e sparì.

Nel frattempo, ci dedicammo ad arredare l’ingresso di quella succursale dell’aldilà con un paio di scrivanie, otto sedie da ufficio munite di quattro gambe cadauna e qualche computer. Acquistammo perfino alcuni gadget che dessero l’idea di un’agenzia estremamente professionale, come la locandina originale del primo film di 007. Lo spot per l’agenzia era stata una mia idea, e ne andavo fiero. Raffigurava il volto corrucciato di Bin Laden sotto cui si poteva leggere: «Se siamo stati in grado di scovare quest’uomo, saremo pur capaci di recuperare il vostro “Fuffi”». «Ora avete un passato!» ci disse Bob aprendo la sua valigetta. Ci mostrò alcune carte. «Qui ci sono i vostri tesserini, i vostri attestati ed i vostri diplomi.» Aveva falsificato proprio tutto. «Ah… quasi dimenticavo… Andate su Google e digitate il nome della vostra agenzia… resterete meravigliati!» Ed ebbe ragione! Risultavamo sulla piazza da una decina di anni, con ottimi risultati ed una clientela di prestigio. Avevamo risolto delicate questioni internazionali, ed alcuni infiltrati dell’ FBI, se fossero stati scoperti e messi sotto tortura, avrebbero rivelato soltanto che eravamo impegnati in indagini volte a smascherare alcuni giochi di potere tra Mafia e Stati. Avrei voluto sputargli in faccia! Ma la frittata era fatta. Chris, che aveva la testa nel disintegratore di particelle, annuiva senza ascoltarlo. Era evidente che il fardello della società gravava tutto sul mio groppone. Così mi limitai a dirgli che, a mio parere, era stato un po’ troppo “zelante” e lo pagai, sperando di non incontrarlo mai più. Mettemmo un annuncio su alcuni siti di job: «Rinomata agenzia investigativa ricerca apprendisti».

* * * 

"OPEN ARMS i segreti dell'isola" di Gennaro Loffredo - Edizioni MonteCovello - Primo Fiore

Caro Lettore, arrivederci al prossimo appuntamento letterario.

Condividi su:

Seguici su Facebook