CHI ERA KRISHNAMURTI?

Yin e Yang

| di Roberto Federella
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La famiglia di Krishnamurti era in origine induista, ma il padre divenne nel 1882 un seguace della teosofia. Dopo la morte della madre nel 1906, Krishnamurti fu mandato a scuola ma per il suo scarso rendimento veniva spesso picchiato dai maestri e dal padre, e considerato intellettualmente scarso.

Nel 1909, a 14 anni, il giovane Jiddu fu notato dal sedicente chiaroveggente Charles Webster Leadbeater. Per le sue capacità spirituali e intellettuali l'allora presidente della Società Teosofica, l'inglese Annie Besant, lo tenne vicino come fosse suo figlio e lo allevò con lo scopo di utilizzarne le capacità come veicolo del pensiero teosofico. In seguito, nell'ambiente teosofico Krishnamurti fu considerato l'ultimo "iniziato vivente" o "maestro mondiale", denominato Lord Maitreya, in attesa della venuta del futuro Maitreya, ma egli rinunciò a questo titolo abbandonando la Società.

Viaggiò per il mondo tutta la vita dal 1911 fino a novantanni, spesso parlando a grandi folle e dialogando con gli studenti delle numerose scuole da lui costituite con i finanziamenti che otteneva. Nell'estate del 1924, dal 16 agosto al 28 settembre, soggiornò anche in Italia, al castello di Pergine Valsugana in Trentino, con un folto gruppo di seguaci per meditare. Quello che stava a cuore a Krishnamurti era la liberazione dell'uomo dalle paure, dai condizionamenti, dalla sottomissione all'autorità, dall'accettazione passiva di qualsiasi dogma. Il dialogo era la forma di comunicazione che preferiva. Voleva capire insieme ai suoi interlocutori il funzionamento della mente umana e i conflitti dell'uomo.

Da un'intervista fatta ad una sua amica, Pupul Jayakar, sappiamo che Krishnamurti, malato da tempo di tumore al pancreas, fu consapevole dell'arrivo della sua morte, tanto da confidarle: "Questa sera io mi allontanerò e passeggerò sulle montagne e la nebbia salirà". Poche ore dopo entrò in coma: era il 17 febbraio 1986. Krishnamurti parlava di come nello specchio dei rapporti ognuno può scoprire il contenuto della propria coscienza che è comune a tutta l'umanità (non-dualismo tipico dell'Advaita Vedānta). E diceva che questo può essere fatto in modo diretto, scoprendo che la divisione tra osservatore e ciò che è osservato è in realtà dentro noi stessi. Diceva che proprio questa divisione dualistica, che impedisce la percezione diretta è alla base del conflitto e dell'infelicità dell'uomo.

Celebre e significativa è la sua affermazione "la Verità è una terra senza sentieri", che rappresenta il nocciolo del suo insegnamento che ha spronato l'uomo a liberarsi da ogni strada già tracciata, dal passato, dai dogmi, dalle ideologie, guardando la realtà senza alcun condizionamento.

“Ritengo che la Verità sia una terra senza sentieri e che non la si possa raggiungere attraverso nessuna via, nessuna religione, nessuna scuola. Questo è il mio punto di vista, e vi aderisco totalmente e incondizionatamente. Poiché la Verità è illimitata, incondizionata, irraggiungibile attraverso qualunque via, non può venire organizzata, e nessuna organizzazione può essere creata per condurre o costringere gli altri lungo un particolare sentiero. Se lo comprendete, vedrete che è impossibile organizzare "fede". La fede è qualcosa di assolutamente individuale, e non possiamo e non dobbiamo istituzionalizzarla. Se lo facciamo diventa una cosa morta, cristallizzata; diventa un credo, una setta, religione che viene imposta ad altri”.

Krishnamurti sosteneva che "la vera rivoluzione per raggiungere la libertà è quella interiore; qualsiasi rivoluzione esterna è una restaurazione della solita società che a nulla serve" ed inoltre "la rivoluzione interiore va fatta da sé per sé, nessun maestro o guru può insegnarti come fare".

Alcune sue frasi celebri:
"Ciascuno cambi se stesso per cambiare il mondo"
"Non serve dare risposte, ma spronare gli uomini alla ricerca della verità"
"C'è una rivoluzione che dobbiamo fare se vogliamo sottrarci all'angoscia, ai conflitti e alle frustrazioni in cui siamo afferrati. Questa rivoluzione deve cominciare non con le teorie e le ideologie, ma con una radicale trasformazione della nostra mente”.

Roberto Federella

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